Presto o tardi ci si abitua a tutto

Dentro la poesia di Sinan Gudžević Cambi d’abitudine c’è il racconto di un’evoluzione. C’è un obitorio che sappiamo essere ubicato a Belgrado, c’è un uomo, il poeta stesso presumiamo, che vi si reca ogni giorno, da mesi, sembra perfino che riesca a trovare consolazione in questa strana consuetudine. E c’è un venditore di candele, personaggio centrale di questo piccolo affresco, un uomo che tratta con la morte al punto da renderla una faccenda ordinaria, una tradizione di giornata, una norma da cui sfuggire con quattro chiacchiere piene di sciocchezze. L’incontro dei due uomini, il poeta e il venditore di candele, è l’incontro di due consuetudini. Il primo che cerca la consuetudine della morte, il secondo che la sfugge. La piccola storia di Gudžević termina con la resa del poeta, lui non andrà più all’obitorio principale di Belgrado, lui cambierà la sua abitudine nel momento stesso in cui si avvede che la frequentazione della morte è ormai diventata essa stessa un’abitudine. Trovo in questi nove versi, fatti di poche e semplici parole, una tale quantità di implicazioni e di rapporti da poter costituire un’enorme rappresentazione della condiscendenza umana. Noi esseri umani presto o tardi ci abituiamo a tutto. Siamo fatti di una strana pasta molle, plasmabile, flessibile, a tutto sappiamo adattarci, a ogni forma possibile della materia e dell’anima. Ci abituiamo all’aria appena veniamo al mondo, alla luce e ai suoni del circondario, ci abituiamo alle ossa che crescono, alla pelle che si distende e si allunga, ci adattiamo ai sentimenti, impariamo a dominarli e a spolparli per il nostro godimento, ci impratichiamo del linguaggio e dei movimenti del corpo, ci esercitiamo al piacere e al dolore, familiarizziamo con la luce e con l’ombra, con la paura e con la gioia, col frastuono e col silenzio, coi baci e coi pugni, impariamo a riconoscere il chiarore di certe nuvole e il pericolo di certe notti. La nostra memoria è un cuscinetto di pugnali in cui appuntiamo ogni dolore. Credo ci sia tutto questo nei nove versi di Gudžević.

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Sinan Gudžević, CAMBI DI ABITUDINE

All’obitorio principale di Belgrado
Ogni giorno vado già da mesi
Mi rassicura questa consuetudine
Con le bare e le croci
Ma non ci andrò più
Col venditore di candele all’ingresso
Sono entrato tanto in confidenza
Da chiacchierare ormai di sciocchezze
Che con la morte niente hanno a che fare

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3 commenti
    • Andrea Pomella ha detto:

      La morte, come il dolore della malattia, come tutto ciò che è contrario alla bellezza, alla gioventù, al vigore. Sollevi un tema sul quale non basterebbe parlare per giorni.

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