Piccola storia di un vagabondo, di una volpe e del merito che conquista il cuore

Ho appreso i primi rudimenti di economia della condivisione all’alba di un giorno di agosto del 1995. La città era Edimburgo, la collina Carlton Hill, quella che a me e ai miei compagni di viaggio era sembrata la posizione ideale in cui passare la notte. Eravamo sbarcati in città al tramonto dopo esserci lasciati alle spalle il lungo torpore piovoso della Scozia. Eravamo giovani e vagabondi, ciò nonostante l’ostello della gioventù cittadino ci era sembrato troppo caro e troppo squallido, il resto della città era una parata di matti e ubriachi impegnati a rincorrere gli eventi dell’Edinburgh Festival, mentre noi eravamo semplicemente troppo stanchi dai cento treni sui quali eravamo saltati e dalle cento stazioni che ci avevano dato un benvenuto o un arrivederci. Così, dopo qualche scatto fotografico della città panoramica, ci eravamo sistemati coi sacchi a pelo sull’erba del prato, scegliendo come bivacco un leggero declivio che si affacciava verso est. Mi era addormentato per ultimo, dopo aver guardato le stelle cadenti che esplodevano come favolosi fuochi d’artificio gialli sul cielo di Scozia e dopo aver pensato all’ultima volta che avevo chiamato mia nonna da Parigi, forse una settimana prima, la sua voce dolce e rilassata che mi chiedeva come stavo e come andavano le cose in quel viaggio che a lei doveva sembrare incomprensibile. Fu forse quella notte che sognai di piangere sulle sue gambe mentre lei cercava di confortarmi con delle carezze leggere sulla sommità della testa, e nello stesso tempo (l’ho saputo solo qualche giorno dopo), forse nello stesso momento della stessa notte, lei sognava me bambino che piangevo sulle sue gambe, come se lo stesso sogno si fosse propagato per migliaia di chilometri, o come se quello fosse il modo perfetto per comunicare e confidarci. Accadevano spesso di queste cose fra noi due. Così, pazzo di tristezza, a una certa ora dell’alba mi capitò di essere svegliato dolcemente da un dondolio che sentivo sotto la testa, precisamente nello zaino che usavo da cuscino. Aprii gli occhi e osservai il cielo vuoto e la città placida e silenziosa che si stendeva sotto la collina. Mi girai su un fianco e la vidi. Era una piccola volpe dagli occhi chiari e freddi che mi scrutava a un palmo dal naso. Il suo musetto bianco era impegnato in una battaglia astuta e silenziosa, il suo intento era strappare via la busta con i panini che avevo preparato per l’indomani e che la sera prima avevo legato ai lacci dello zaino. L’odore intenso di quei panini doveva averla convinta ad azzardare il colpo. Incrociai lo sguardo della volpe, forse per non più di tre secondi, i miei occhi logori di sonno e i suoi, così vivi e pieni di attenzione. Nel regno della caccia alla volpe l’ordine della natura si era invertito ed io ero diventato la sua preda, o come dice quel verso di Alexander Pope: “La bellezza colpisce l’occhio, ma il merito conquista il cuore”. Fatto sta che in quell’istante, in un misterioso rombo di silenzio, compresi che non potevo fare altro che dividere il cibo con la sua destrezza, ero la vittima di uno scippo, o forse quello era l’unico momento di tutta la mia vita in cui l’alba, la volpe, la città, i miei compagni assonnati, il cielo rosato, il vento che proveniva dal mare, la fame e la sete, la via lattea, il gelo vellutato che copriva l’erba del prato, il mio zaino da vagabondo, le anime calde che ancora dormivano tutte intorno ai piedi della collina nelle loro case di Scozia, tutto – all’improvviso – faceva di me un’unica immensa cosa consapevole.

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