Invisibile è lo scrittore e il suo fantasma

Ho letto da poco “Invisibile”, l’ultimo romanzo di Paul Auster. Non sono un fan di questo maestro del “giallo filosofico”, pure apprezzandone spesso l’indiscussa capacità di intessere trame che sovente sembrano sconfinare nella metafisica. Il perché è presto detto: mi ha deluso spesso Auster, molto più spesso di quanto, al contrario, sia stato capace di entusiasmarmi. Eppure penso che Auster sia uno di quegli autori a cui, per un motivo o per l’altro, siamo sempre disposti a concedere un’altra opportunità. Dopo aver letto questo suo ultimo lavoro ho scritto una recensione. Il pezzo è uscito ieri nelle pagine culturali dell’Unione Sarda.

Paul Auster ritorna ed è Invisibile – A oltre vent’anni dal suo capolavoro, “Trilogia di New York”, lo scrittore statunitense riconquista i suoi lettori con un nuovo romanzo

Unione Sarda. 12 gennaio 2010, pag. 37 – «La prima volta che gli strinsi la mano fu nella primavera del 1967». Comincia così Invisibile (Einaudi), il romanzo che segna il ritorno di Paul Auster agli antichi fasti. Era dai tempi della Trilogia di New York – il libro composto dalle novelle Città di vetro, Fantasmi e La Stanza chiusa, pubblicato oltre vent’anni fa e unanimemente considerato il suo capolavoro – che lo scrittore americano (classe ’47, nato a Newark come Philip Roth) sembrava aver perso lo smalto che lo ha reso uno scrittore di culto celebre in tutto il mondo.
Tra la chiusura della trilogia e questo nuovo attacco c’è tutta una sequenza di prove sbiadite, lavori appena salvati dal mestiere, qualche sconfinamento nella sceneggiatura (Smoke, Blue in the face) e nella regia cinematografica (Lulù on the Bridge). Così, dopo la recente delusione di Uomo nel buio, i devoti di Paul Auster avevano finito per perdere ogni speranza. Sarà per questo che il nuovo romanzo, dato alle stampe alla fine del 2009, è risultato andare oltre ogni più rosea previsione.
La storia si apre sui fatti accaduti a uno studente di lettere della Columbia University nella primavera del 1967, pochi mesi prima della “Summer of Love” della controcultura hippie. Il ventenne Adam Walker, aspirante poeta, durante un party a New York conosce una coppia di amanti composta da un inquietante professore parigino, Rudolf Born, omonimo di un poeta provenzale citato nell’Inferno di Dante, e dalla affascinante Margot («Non una bellezza, forse, ma un simulacro della bellezza»). Walker diventa subito oggetto dell’attrazione della coppia; da una parte il facoltoso Born che gli offre un cospicuo assegno per ideare e curare una rivista letteraria, dall’altra Margot, la quale, complice una partenza improvvisa di Born per l’Europa, lo invita a casa sua e si abbandona con lui a cinque giorni di sesso sfrenato. Il diabolico Born al suo ritorno punisce il tradimento di Margot cacciandola di casa, mentre nei confronti del giovane Walker continua a mantenere una condotta ambigua e apparentemente priva di risentimento. Finché i fatti precipitano e una sera Walker diventa testimone di un orrendo delitto in cui si svela la natura violenta e immorale di Born.
A questo punto la cesura che si apre nella storia diventa il pretesto per una carambola sfrenata di giochi di stile a cui Auster si lascia andare con sconcertante naturalezza. Cambiano le voci narranti («Scrivendo di me in prima persona mi ero represso, mi ero fatto invisibile, mi ero reso impossibile scoprire ciò che stavo cercando», ci confessa Jim, il personaggio dello scrittore James Freeman a cui a un certo punto passa il testimone della narrazione e a cui vengono affidate le memorie di Walker), cambiano i tempi verbali della narrazione, cambiano i luoghi e gli anni, le storie si intersecano, i temi sconfinano nell’incesto, nella morte, nell’abiezione e il romanzo si dilata oltre l’orizzonte claustrofobico con il quale si era annunciato.
È forse in questo continuo ribaltamento dei punti di vista, in questa ricucitura ininterrotta della vicenda (che si dipana in un arco di quarant’anni) che a un certo punto la struttura del romanzo risente di un piccolo ma avvertibile cedimento e le ottime premesse cedono il passo a un appannamento complessivo. Sta qui la grandezza e il limite dell’opera. Ciò che resta al termine della lettura è un sapore agrodolce, l’impressione di aver avuto a che fare con un capolavoro sfiorato, come se sull’ispirazione di Auster fosse caduta una buona parola e una benedizione, un dono iniziale sul quale, tuttavia, lo scrittore ha finito per fare troppo conto.

ANDREA POMELLA

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3 commenti
  1. anch’io ho sempre avuto rispetto per auster, un po’ meno passione. Alcuni libri li ho amati (trilogia di new york su tutti); altri li ho trovati in alcuni momenti addirittura noiosi. Spesso, e qui mi trovo d’accordo con te, mi sono trovato in libreria fra le mani un libro di auster e l’ho portato a casa. Probabile che io lo faccia anche con questo.

    grazie

    • Andrea Pomella ha detto:

      Sono passati vent’anni e ancora non ho capito cosa sia di preciso la letteratura di quest’uomo. Fra le sue pagine ci sono spunti folgoranti, momenti di puro genio, e poi inspiegabili rilassatezze, cadute vertiginose. Io davvero non so, Gianni, se è questo che mi tiene appeso a quel filo, e se è ciò che – in definitiva – mi convince ogni volta a comprare i suoi libri.

  2. uaau complimenti, Pomella x la pubblicazione!
    (non leggerò Auster però!)
    francesca cenerelli

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