Niente è cambiato

Una volta, una sera, quando avevo all’incirca undici anni, mi affacciai fuori al giardino di casa. Oltre la siepe e la ringhiera, e oltre l’albero di alloro, c’era un uomo di profilo con le mani affondate nelle tasche del cappotto e il naso all’insù. Chiedermi chi fosse e che cosa facesse era una domanda senza scopo. Probabilmente osservava i balconi, magari era un agente immobiliare in cerca di appartamenti sfitti, o un ospite atteso a cena dalla famiglia del quarto piano. Dietro di lui c’era una macchina ferma col motore acceso e lo sportello aperto. Sapevo per certo che non era l’innamorato di nessuno. In quel palazzo non c’erano ragazze in età da appuntamenti, solo giovani famiglie con bambini ancora piccoli. Mentre io ero fuori a osservare in gran segreto la sua immobilità, l’uomo non faceva una piega, sembrava sopportare la notte che scendeva sul mondo con l’imperturbabilità di un lupo di foresta. C’era però un sorriso agli angoli della sua bocca, questo ricordo, e una strana determinazione in quel sorriso, come se ridere per lui in quel momento fosse una questione di vita o di morte. Fu pressappoco in quel momento che incominciò a piovere, una pioggia leggera, di quelle che in poco tempo si lasciano riassorbire dalla terra. L’uomo, nonostante la pioggia, non si mosse dalla sua posizione, forse strinse appena le palpebre e si ingobbì leggermente per difendersi da un brivido di freddo improvviso. Fu forse perché da parte mia non avevo tanto coraggio, o forse fu il richiamo di mia madre che mi imponeva di rientrare in casa, fatto sta che smisi di guardare l’uomo che sorrideva sotto la pioggia e tornai al chiuso della cucina. Un’ora più tardi, quando cessò di piovere, uscii di nuovo in giardino per vedere se lui fosse ancora là. Al suo posto c’erano le ombre piene della notte, la macchina era scomparsa e il rumore del motore era stato sostituito dal crocchiare leggero del vento che scuoteva le fronde del lauro. Oggi, mentre scrivo, ho di nuovo pensato a lui. Ho aperto la finestra e mi sono affacciato in balcone. I cani abbaiavano e il gelo del mese di gennaio mi ha lambito il viso. L’aria però stamattina era così intrisa di vita che me ne sentivo contaminato a ogni respiro. Perciò ho alzato gli occhi verso le punte delle conifere e ho sorriso. Non sono un agente immobiliare né un ospite atteso da qualcuno, e neppure ho un appuntamento con una donna (il mio abbigliamento dimesso, la barba incolta e i capelli scompigliati non me lo consentirebbero). A osservarmi non c’è neppure un bambino di undici anni col cuore pieno di segreti e una curiosità patologica per le cose del mondo. Non mi è venuta in mente alcuna coincidenza che si riferisse al passato; neppure una. Per il resto, credo, niente è cambiato.

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6 commenti
  1. c’è solo un piccolo errore, non ti sei accorto che c’era un bambino di undici anni “col cuore pieno di segreti e una curiosità patologica per le cose del mondo” che sorrideva all’aria fresca del mattino quando è “intrisa di vita”, volgendo ” gli occhi verso le punte delle conifere”.
    Non avesse avuto quel bambino tale peculiare attitudine a chiedersi il perché delle cose, ad elaborare le storie di mille – apparentemente anonime ed insignificanti – vite … non sarebbe lo scrittore di undici anni che oggi – fortunatamente – è.
    Molti scrivono pretenziosamente – e anche male direi – alcuni narrano la vita da dentro il suo fulcro di significato, denso di odori e sensi, plasmando dalle piccole ombre i mille risvolti di una possibile quanto improbabile esistenza.
    che poi, è quello che fa la differenza … !

    quanto alla tua scrittura, allo stile, al fluire del racconto, c’è solo da elogiare l’eleganza essenziale della “semplicità”, tanto difficile, quanto impossibile se non realmente guidata da una corposità di contenuto.

    grazie per questa pagina.
    natàlia

    • Andrea Pomella ha detto:

      Che dire Natàlia, il tuo commento mi lascia senza parole. Ad avercene di lettori come te che sanno entrare nel testo con tanta facilità e sensibilità. Magari dimentico che tu sei una poetessa, e tra le migliori che io conosca, e questo in tutta probabilità ti semplifica le cose. Grazie, davvero grazie.

  2. maria ha detto:

    Dopo il bel commento di Natàlia, non so dirti che “continua a respirare in pace, e magari insegnalo agli altri”. Grazie Andrea

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Maria, mi fa sempre un immenso piacere leggerti da queste parti.

  3. Anna B. ha detto:

    E’ un racconto così bello che sembra inventato ora, da te scrittore adulto, compresi gli undici anni del protagonista all’epoca del ricordo, particolare che rende il racconto ancora più incantevole.

    Eppure è probabilmente tutto vero, perchè mi sono accorta più d’una volta (ricordando me stessa o notando le vite che mi corcondano) che bambini e ragazzini sanno notare particolari “inutili” e renderli speciali, provano sensazioni profonde ed hanno pensieri importanti.

    Complimenti per avere, ora che sei grande, la capacità di riscoprire quei piccoli ricordi speciali e di saperli raccontare e reinterpretare in modo veramente piacevole.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Anna, non è importante sapere se sia “vero” o meno. Personalmente non mi pongo mai questa domanda quando leggo un racconto. Credo che il “verismo” sia uno dei mali del tempo che viviamo, se un romanzo o un film possono vantare la fatidica dicitura “tratto da una storia vera” chissà perché diventano subito più appetibili presso il pubblico. La realtà oggi è a garanzia dell’immaginazione, mentre credo che dovrebbe essere il contrario. La mia idea è che lo scrittore deve saper usare la verosimiglianza, più che la verità. in questo senso tutto diventa esattamente come lo descrivi tu, si è di volta in volta bambini o vecchi, uomini o donne, cani o gatti, magari senza esserlo mai stati in vita propria. Il lavoro dello scrittore assomiglia molto a quello dell’attore. Lo scrittore interpreta una parte, e il suo compito principale è quello di ingannare lo spettatore. E così l’intrattenimento letterario non è altro che una forma elegante e sublime di inganno.
      Grazie Anna, a presto.

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