Il sistema più spiccio per riportarti in guerra

3 febbraio 2010

Sono stato abbastanza a lungo un disoccupato per comprendere l’orgoglio e la disperazione dei lavoratori dell’Alcoa accampati da ieri in piazza Montecitorio con tende e bivacchi in attesa di notizie sul destino dell’azienda per cui lavorano. Ho conosciuto per anni il volto inimmaginabile delle ore che passano a vuoto, le infinite passeggiate per i viali dei parchi e le vetrine dei negozi che esponevano un altro mondo. Ho cucinato pranzi nella solitudine della mia cucina ascoltando alla Tv le notizie dei telegiornali e immaginando come fosse la vita di quella annunciatrice, a che ora suonasse la sua sveglia, il trucco messo in fretta, la macchina e il parcheggio aziendale, un caffè veloce preso coi colleghi prima della messa in onda, una busta paga, nessun silenzio imbarazzato quando qualcuno ti chiede “che lavoro fai?” e tu sei lì che cerchi le parole rimuginando sul fallimento della tua esistenza. Ho temuto anch’io di essere una specie di ombra senza forma, di non avere diritto a niente per il solo fatto di non avere niente, di non essere parte attiva di questo mondo, una specie di pensionato senza pensione, un vecchio senza saggezza e senza una vita da raccontare. Le mattine a fare viaggi senza meta in metropolitana erano lunghe, mi sembrava uno sproposito di ore, Villa Borghese e la terrazza del Pincio in cui qualche volta andavo a scrivere, o le sale di una biblioteca che mi mettevano in testa troppe cose e me ne sottraevano troppe altre. Sono stato abbastanza a lungo un disoccupato per imparare che in quelle ore del giorno ci sono uomini che fanno cose strane e altri uomini coi quali hai preso un appuntamento per un colloquio di lavoro e che ti offrono 4 euro l’ora per fare fotocopie tutto il giorno in una copisteria, in un seminterrato arroventato nei pressi dell’Università in cui ti sei laureato. Loro lo sanno quanta angoscia, quando senti di essere l’ultimo essere sulla faccia della terra, quando sei un morto senza morte.

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A UN LICENZIATO

E tu non ridere non piangere e non pensare
né con gli occhi vivaci, immensamente intelligenti
né col cuore pieno di allucinazioni
e non stringerti i lacci delle scarpe con la soddisfazione
di chi va alla forca
la tua vita è con le spalle al muro
l’umanità e tutto ciò che è astratto
anche quel cane magro di tua figlia
negherà l’ombra che ti ha seguito il corpo
e tua moglie – abbi cura di lei –
che il tuo altruismo è un altro genere di menzogna
e sebbene tu non sia né mascalzone né onesto
quello che ormai ti manca è l’amore per definizione
il gelo nel secchio che è diventata la tua vita
il tuo lavoro convertito al cristianesimo
nel precetto evangelico della carità
e se anche non avessi cinquant’anni
e una stanchezza dell’intelligenza
non perderti
in lacrime sul domani che non viene
chi ti ha arruolato nei ranghi di questo genere di umano
ti ha rimesso alla porta, è il progresso
l’uomo mangia uomo
il sistema più spiccio per riportarti
in guerra

(Andrea Pomella, Maggio 2009)

 

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