Per trenta battiti di cuore

Ieri mattina, per qualcosa di meno di un minuto, la mia consapevolezza (o quella che gli uomini chiamano coscienza) è rimasta in sospeso. Trenta battiti di cuore, più o meno, questo è durato, da una curva all’altra della grande strada a tre corsie che percorro ogni giorno per andare a lavoro. Il tempo d’improvviso ha cessato di esistere, ha inghiottito la vista sull’alba e il mio passato, mi ha fatto entrare in una vertigine di buio. Così mi sono ritrovato con le mani sul volante e con due domande nella testa che altrove ho definito “infruttuose”: dove sei? Chi sei? Le macchine che continuavo a sorpassare, o che a loro volta mi sorpassavano, erano le stesse macchine di ogni giorno, e le luci tremolanti della città avvolta nel fumo mattutino erano le stesse luci di sempre che si accendono di notte in questo acquario fumoso abitato da quattro milioni di persone. Eppure tutto questo era per me un cosmo sconosciuto, i fari della mia macchina illuminavano un passaggio di mondo estraneo e misterioso. Per trenta battiti di cuore mi sono trovato intrappolato in un vicolo cieco, senza più coscienza di me e della mia vita. Non so se questa cosa sia definibile come una malattia dell’uomo, il cielo interiore che si oscura, il buio che si infittisce. So che ho avuto paura, che per molti attimi mi sono sentito perduto come non mi era mai capitato prima. C’è una parte inesplorata di noi che conserva una luce, quella luce illumina la somma di tutto ciò che esiste. E adesso so che non è per sempre.

.

Lawrence Ferlinghetti, TUTTO CAMBIA E NIENTE CAMBIA

Tutto cambia e niente cambia
Finiscono secoli
e tutto continua
come nulla finisse
Come le nubi ancora s’arrestano a mezzovolo come dirigibili presi tra venti contrari

E la febbre dell’efferata vita di città ancora strozza le strade

Ma ancora io sento cantare
ancora le voci dei poeti
mischiate agli schiamazzi delle troie
nell’antica Mannahatta
o nella Parigi di Baudelaire
echeggiare richiami d’uccelli
lungo i vicoli della storia
ora coi nomi cambiati
E ora siamo nel Novecento
e la Borsa è di nuovo crollata
E mio padre vagabonda qui vicino con il fedora in testa
occhi sui marciapiedi
un’unica lira italiana
e un centesimo che raffigura la testa di un indiano in tasca
Trafficanti di liquori e carri funebri passano al rallentatore
Risuona la campana di ferro di una chiesa
frammista agli allarmi delle macchine nell’anno duemila

Mentre abiti nuovi corrono al lavoro in grattacieli oscillanti
mentre gli strilloni ancora strillano annunciando l’ultima follia

E risate s’alzano
sul mare lontano

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7 commenti
  1. ah, mio Dio… sei una bellezza Andrea… perchè non riesco a conquistarti con Penelope… e anche l’immagine, è d’una bellezza inaudita

  2. Convivo con il senso della fine, sento sempre che l tempo sta per scadere, a volte sgrano gli occhi e sento il cuore forte e un nodo stringe la gola, inizio a contare piano piano e ascolto il respiro, tutto scorre in quegli istanti, non so spiegarmelo, da un punto di vista medico-scientifico sarò una depressa crnica con attacchi di panico, ma quello che accade in quei momenti non si può spiegare solo in termini freddi, sono attimi di lucida consapevolezza e vera paura, che so avere una origine oscura che preferisco non raccontarmi più.

    un abbraccio.

    p.s.: Poetarum Silva ti aspetta sempre 😉

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ho trascurato poetarum, ci penso ogni giorno. Presto ti mando qualcosa di mio da pubblicare, Natàlia. Un abbraccio anche a te.

      • non mandarmi nulla, posta da te, è “casa” tua, quando vuoi e puoi.
        buon finesettimana Andre!

  3. Questo racconto è un piccolo specchio per il volto di ogni lettore… il testo poetico che lo accompagna, la cornice appropriata.

    Complimenti!

    Rosaria

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ti ringrazio Rosaria.

  4. fernirosso ha detto:

    invece da parte mia penso che siano una grazia, quei momenti. Gli attimi in cui perdi il controllo da parte di questo mondo convulso, che ab-usi-va-mente colonizza i tuoi emisferi boreali,le tue albe senza fine, l’eterno della vastità che in noi è dimora. Quante volte mi applico per perdere quella finta me stessa, quella quinta di scena e il proemio di ogni celebrazione faziosa, dove la vita è un vetro industriale, non ha l’anima di un respiro dentro.
    Trenta battiti di cuore, che valgono i trenta denari della corruzione che ci autopratichiamo, per frodare noi stessi, non la vita, attenta, partecipe suggeritrice. Grazie, ferni

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