Il vento logorato dai passeri

Stamattina, dallo stretto cortile interno del palazzo che ospita gli uffici in cui lavoro, sento innalzarsi un canto di uccelli. Il canto è amplificato dalle quattro pareti alte e strette di cemento grigio che svettano per tre piani. Non so quale sia il numero esatto di storni canterini impegnati in questo coro pigolante che riecheggia da muro a muro, rimbalzando per le decine di finestre coi vetri socchiusi e le veneziane tirate a metà, attraverso le quali si intravedono i fantasmi di impiegati mattinieri che si aggirano dentro stanze illuminate a neon. Loro non si accorgono di questo canto, impegnati come sono a rimuginare sulla spesa che correranno a fare nel pomeriggio, in questo o quel discount, confidando al salumiere le pene di una vita e alla cassiera il dolore per l’inflazione che sale. Per loro gli uccelli che cantano sono un fastidio di sottofondo, come le campane della chiesa che annunciano la messa delle otto, o come il fruscio del traffico o il rombo di un aeroplano di passaggio sul cielo di Roma. Gli impiegati non hanno tempo da perdere come me, non stanno ogni mattina a domandarsi perché questi uccelli si sono scelti un posto tanto orrendo per cinguettare. Neppure gli uomini, in fondo, sanno scegliersi i posti con giudizio e senso estetico. Se adesso mi volto verso la finestra vedo due becchi gialli che spuntano dalla sommità di un tubo di scolo color argento. Forse da quelle parti presto nidificheranno, diventeranno parte di questo paesaggio osceno, di queste finestre che mi mostrano ogni giorno l’irrazionalità umana e il senso di disfatta. Magari resteranno lì per qualche settimana a indicarmi un modo fantasioso per passare attraverso una finestra semichiusa, una musica straniera, un gioco di appagante bellezza che mi conceda un minuto di libertà fra queste ore di reclusione.

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Luz Mary Giraldo, L’ORA DEI PASSERI

Inafferrabile ricamatrice
la parola
copre di tela ingannevole
la ferita della notte:
gioca alla libertà
o sogna la fortuna.
Come una Penelope eterna
tesse la tunica di tutti
sfila il segreto dell’attesa
fino ad inventare un nuovo volto
o uno specchio senza nome.
Inafferrabile ricamatrice ascolta passare
il vento logorato dai passeri.

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4 commenti
  1. scorpionedargento ha detto:

    a mio avviso non è detto che il paesaggio sia proprio osceno, magari, il passero è piccolo… vive su un tetto, e vede solo quel tetto, dove c’è un alberello abbandonato, una panchina ed un angolino per fare il nido, cosa ci sia più in là non importa.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ma… ti dico che la vista è proprio brutta, fidati! Poi in un micromondo una piccola creatura vivente che non guarda cosa c’è più in là può trovarci pure delle meraviglie, in questo senso dovremmo imparare dagli uccelli. Ciao e grazie.

  2. Autunno ha detto:

    Un mio amico idraulico, uno fra i più nobili a disposizione, mi racconta che una volta l’hanno chiamato a riparare qualcosa sul tetto della cattedrale di Bologna. Li a scoperto che sui tetti gli uccelli nidificavano utilizzando le cannucce lasciate cadere dai clienti del vicino Mac Donald. Erano nidi tutti variopinti….di plastica. Nel sotto tetto lo stesso giorno, il mio amico trovò delle singolari piramidi fatte di bottoni. Volle vedere cosa c’era dentro e ne demolì una con un calcio. Ne uscirono
    squittendo spaventati decine di topolini, di quelli di campagna che ne avevano fatto dimora, con una paziente raccolta e usando la saliva per incollare.

    La città è una creatura degli umani, mostruosa e sublime. Produce pensiero solo per assenza. Per il resto si lascia guardare. Ma c’è una formidabile carestia di occhi. E che cos’è una civiltà che non si guarda?

    Grazie come sempre Andrea Per gli spunti di riflessione e per la scelta delle poesie

    • Andrea Pomella ha detto:

      “La città è una creatura degli umani, mostruosa e sublime. Produce pensiero solo per assenza. Per il resto si lascia guardare. Ma c’è una formidabile carestia di occhi. E che cos’è una civiltà che non si guarda?”.

      Marco, porto con me questo splendido passaggio e ti ringrazio ancora una volta per i contributi preziosi che lasci a margine delle mie cose.

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