Un uomo alla porta

22 febbraio 2010

Da qualche tempo a questa parte ho preso l’abitudine di leggere una poesia al giorno. Non è un’imposizione che mi sono dato per chissà quale ragione, è una piccola ricreazione che mi ritaglio durante le ore di lavoro. Ed essendo fondamentalmente di carattere metodico la cosa è presto diventata un appuntamento al quale non saprei più rinunciare. Leggere una poesia al giorno è alla portata di tutti, è facile come bere un bicchiere d’acqua. Perfezionando questa abitudine, col passare dei giorni, mi sono accorto della natura divinatoria delle mie letture. Per meglio dire, la scelta delle poesie avviene in modo pressoché casuale, eppure ogni giorno la prescelta sembra sfogliare un velo della mia anima per portare a nudo un disegno, una traccia emotiva che mi preme sul cuore. La selezione è imprevedibile, non dipende da un elenco di poeti preferiti, sovente la curiosità mi spinge a leggere autori di cui ignoro completamente il nome e l’opera. Ma in queste letture addormentate nel sonno della mia inconsapevolezza si agita sempre una bandiera invisibile che porta le insegne di qualcosa che sento familiare. Così oggi la scelta è caduta sulla poesia di un poeta di Sarajevo, Josip Osti, la cui opera è stata ampiamente tradotta in italiano. Il senso profondo delle parole contenute nei versi della sua poesia Mia madre che lucidava di continuo le posate ha battuto contro le mie labbra come una farfalla portata dal vento. È stato ancora una volta come aprire la porta a uno sconosciuto e scoprire le fattezze di un volto di uomo con le rughe agli angoli della bocca e il naso marcato, la compressione di quel tratto breve di fronte che separa le sopracciglia folte e incanutite, e una scintilla negli occhi che ci parla di cose passate. Quell’uomo fermo sulla soglia, con le labbra sospese nell’attimo che immediatamente precede il buongiorno, voleva parlarmi di una madre. La sua o la mia, questo, ai fini della divinazione, non ha molta importanza.

.

Josip Osti, MIA MADRE CHE LUCIDAVA DI CONTINUO LE POSATE

Mia madre che lucidava di continuo le posate, adesso
sola in mezzo a Sarajevo, malgrado che in una città
senz’acqua, cibo ed elettricità i cucchiai, le forchette e
i coltelli e tante altre cose abbiano perso il significato di
una volta, continua a farlo. Scopa le schegge delle finestre
in frantumi e la polvere da pareti sgretolate dagli shrapnel,
si mette in grembo il nostro gatto siamese, vecchissimo
ormai, e lustra le posate. Le lucida fino a quando il loro
splendore non l’acceca, assopendola anche, stanca morta
dalle lunghe veglie passate. Ridestandosi a uno sparo
reale o sognato intravede nel cucchiaio lucente il suo viso
sfigurato, esausto e troppo presto invecchiato. Un viso
che per giorni metteva insieme, quando in ginocchio sul
pavimento come in chiesa raccoglieva i frammenti dello
specchio rotto. E continua a lustrare le posate. Le posate
che nella guerra precedente lucidava allo steso modo sua
madre, convinta che verrà il giorno in cui nello specchio
del metallo scorgerà le facce sorridenti dei famigliari, riuniti
tutti fino all’ultimo come il giorno del suo matrimonio.

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4 Risposte to “Un uomo alla porta”


  1. Leggere una poesia al giorno: una piccola ricreazione, aprire la porta ad uno sconosciuto/a…mi piace! Condivido.

    Ciao

    Rosaria

  2. elina Says:

    ciao Andrea hai portato un testo che (ci) parla e vuole ascolto
    le tue pagine sono ampi respiri, vento che vivifica i pensieri forse “mai passati”

    a presto, elina


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