L’eroe anarchico di Goliarda Sapienza

8 marzo 2010

Unione Sarda. 7 marzo 2010, pag. 56 – Siamo nella Catania negli anni Trenta. L’infatuazione di una ragazzina per un divo del cinema francese, Jean Gabin – l’eroe rude, perennemente gravato da un destino ineluttabile – e per le donne di lui – creature ambigue, dotate di una femminilità fragile e schiva, lontane anni luce dalle moderne «lady di ferro, donne poliziotto, soldate e culturiste» – è il tema portante di Io, Jean Gabin, il romanzo di Goliarda Sapienza che va in stampa a due anni dalla ripubblicazione per l’Italia da parte di Einaudi (e prima ancora da Stampa Alternativa) de L’arte della gioia. Si tratta, come l’opera precedente, di un’edizione postuma, che attinge alla produzione inedita della scrittrice catanese, scomparsa nel 1996, che in vita fu anche attrice di teatro e di cinema e arrivò a conoscere perfino la galera per il furto di gioielli in casa di una conoscente, ma che non riuscì mai a ottenere il giusto riconoscimento per la sua attività letteraria.

Lo spunto del racconto, ampiamente autobiografico, costituisce l’occasione per la descrizione di quel mondo variopinto, rumoroso e vitale rappresentato dalla Civita catanese, «grande città nella città […] dalle straduzze intagliate nella lava, colma di personaggi vivi, acuti e saettanti» in cui la piccola Goliarda, figlia di un avvocato odiato dai fascisti e di una madre socialista, incontra pupari e prostitute, ma soprattutto trascorre i pomeriggi nel ventre buio del cinema Mirone a sognare ad occhi aperti sulle storie di Jean Gabin, a inseguire con la fantasia il “bandito della casbah” nei vicoli di Algeri e ad escogitare un modo per raccogliere le due lire che le garantiranno il biglietto del cinema per il giorno dopo.

L’eroe anarchico, così lontano e così vicino nell’immaginario della ragazzina alla realtà di tutti i giorni, diventa la chiave di comprensione di quel mondo dagli spazi ristretti e dalla meravigliosa esuberanza che – come si legge nella bella postfazione di Angelo Pellegrino, a sua volta scrittore e attore, nonché marito e curatore dell’opera di Goliarda Sapienza – la scrittrice amava sopra ogni cosa. Le donne di Gabin (tra le quali, come riferisce la cronaca mondana dell’epoca, ci fu Marlene Dietrich) diventano per la protagonista del racconto l’oggetto di un desiderio tanto mitico quanto illusorio. Ma così come l’amore che legò l’eroe dagli occhi azzurri alla Dietrich non sopravvisse alla fine della guerra, così anche l’amata Civita, il quartiere di San Berillo, fu sventrato nel dopoguerra cancellando per sempre il cuore pulsante di Catania.

Sono pagine piene di forza e di tenerezza, animate da una scrittura elegante e diretta, ricchissima, a tratti tellurica, come era prerogativa di certa tradizione del secondo Novecento italiano, al punto tale da rendere ancora più incomprensibile il destino di questa scrittrice dalle doti straordinarie a cui la fortuna ha arriso solamente dopo la morte. Peccato mortale, frutto di una certa miopia che governa gli orientamenti dei mercati editoriali e che ha sottratto per decenni, al pubblico e alla critica, un personaggio di prim’ordine. I precedenti di questo genere, del resto, non mancano; tanto per rimanere in terra di Sicilia, si pensi al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (al quale qualcuno ha paragonato L’arte della gioia), anch’esso dapprima rifiutato e poi pubblicato postumo.

Io, Jean Gabin vede la luce soltanto oggi, a oltre trent’anni dal suo concepimento (la stesura prese avvio nel ’79; l’anno successivo subì un’interruzione forzata a causa dell’arresto della scrittrice e della successiva detenzione nel carcere di Rebibbia). Cesare Garboli scrisse di lei: «Il tempo lavorerà a favore dei suoi libri. E questo non è un augurio, è una certezza».

Per Goliarda Sapienza, è il caso di dirlo, il tempo è stato galantuomo.

ANDREA POMELLA

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