Un tavolo e un agitatore di sogni

Adesso a casa mia c’è un tavolo vecchio di cento anni. Sul suo dorso, che sembra la schiena di Cristo, sono intagliate decine di rigature. Il legno è resistente, di una fibra solida, la forma è tarchiata, robusta, quasi quadrata, sembra che le radici dell’albero che è stato facciano ancora oscillare il suolo. Il tavolo proviene da un posto affacciato sul mare da cui forse ha visto arrivare e partire centinaia di maestrali e di libecci. Mi hanno detto che per cento anni è stato l’ospite discreto di una grande casa con tante stanze, che fosse segregato nella camera da pranzo e che non venisse usato quasi mai, se non nelle occasioni speciali. Quante occasioni hanno avuto il pregio di essere definite speciali in cent’anni di storia di questa famiglia? Tante o poche, non è questo che renderà il carattere del mio tavolo più o meno forte. Guardo questo oggetto, che così a lungo è stato dimenticato in una casa remota, con un misto di ossequio e soggezione. Lui conosce molte più storie di quante ne conosca io, nel suo petto rugoso palpita un respiro di vita mille volte più profondo che nel mio. Mi commuove il pensiero delle mani che l’hanno toccato, delle conversazioni che ha ospitato, dei pasti che vi sono stati serviti, dei gomiti disperati che vi si sono posati, dei calci di rabbia che gli sono stati assestati. Ora io sono un personaggio in più che si aggiunge al grande romanzo che questo onesto e sicuro narratore va compilando da oltre un secolo, una storia che nessun lettore potrà mai leggere da nessuna parte, a meno che non si abbia la pazienza di osservare attentamente il genio che si nasconde in questo oggetto di un artigianato antico, intagliato da un mastro falegname e rifinito da un oscuro ebanista in una bottega di un altro tempo. Ora io faccio colazione tutte le mattine sulla schiena di questo Cristo flagellato dal tempo, in attesa di ascoltare la sua voce.

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Juan Manuel Roca, RUMORI DI COMALA

Dicono le vecchie comari che c’è un luogo, un muro incrinato
dal quale si sente, attraverso le sue fessure, l’eco dell’aldilà.
Uno potrebbe ascoltare una banda di morti che suonano una habanera,
forse la stessa habanera degli assenti che aleggia davanti alla finestra di Guadalupe Posada.
Non si può sapere dietro quale porta inizia il paese degli assenti
e forse siamo dei fantasmi, legioni a cavallo di un puledro.
La luna come un’immensa lapide rifulge in un angolo della piantagione di mais.
Sì. Forse siamo tutti dei fantasmi convocati da qualche agitatore di sogni.

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2 commenti
  1. saskia ha detto:

    Caro Andrea, anch’io possiedo un tale tavolo. Mi pongo le stesse domande e da anni ascolto il suo ascolto…
    La tua storia è stupenda!

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Saskia!

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