Il cielo cammina nudo e abita tra la gente

Nel pomeriggio di ieri ho corso lungo le strade bagnate di pioggia. Ho guardato le macchine coi finestrini gocciolanti e le ruote posate contro i bordi dei marciapiedi, le case silenziose coi giardini disabitati, l’alfabeto muto dei segnali stradali, e col trascorrere dei chilometri che scandivano la mia corsa mi sono immaginato in decine di corpi diversi dal mio. Ho vagheggiato di possedere le zampe di un leone, per esempio, o le ali di un passero, o la pinna caudale di un pesce marino, ho immaginato di sorvolare la traiettoria delle auto come una piccola raffica di vento, di schivare le crepe dell’asfalto come un raggio di luce. Tra i torrenti di silenzio che allagavano la mia mente ho recitato il mantra della pace, mi sono chiesto mille volte e in mille pensieri da dove arrivi lo squillo di energia che mi conduce per il mondo, la luce che sento accendersi nei muscoli e nelle vene, la fiamma calda che mi mantiene vivo. Su tante domande filosofiche a cui non so dare risposta ho lasciato cadere la nebbia del sogno, quel bacio ottenebrante che chiude i pensieri del corridore quando la fatica si accumula nella testa e nelle gambe, il mal bianco che ci isola dal mondo e dalla strada. Poi sono tornato a casa, ho camminato, ho respirato, ho osservato il cielo coperto e nero di pioggia ma che preservava qua e là squarci d’azzurro, il cielo che come dice Darwish “cammina nudo e abita tra la gente”. Per un momento ho desiderato di essere da un’altra parte del mondo, lontano dal mio corpo e dalla mia vita, essere su una strada infinita nel buio di un continente sperduto, dove sentire nitidamente i miei passi allontanarsi nella notte, dove sentire la smisuratezza del tempo, le trasparenze degli anni, e sorridere di una pace inconfessabile.

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Mahmoud Darwish, A DAMASCO

A Damasco, so chi sono io in mezzo al traffico
una luna splendente in una mano di donna mi conduce… a me.
Mi conduce una pietra purificata nelle lacrime del gelsomino
poi dorme. Mi conduce la Barada povera nube
spezzata. La poesia cavalleresca conduce a me:
lì alla fine del lungo tunnel uno come me assediato
dalla sua ferita accenderà un cero, così lo vedrai
scrollare le tenebre dal suo mantello. Mi conduce il mirto
che ha sciolto le trecce sui morti e scaldato il marmo.
“Qui la morte è amore addormentato” conducono a me
i poeti, udriti o libertini,
sufi o blasfemi: se sei
diverso conoscerai te stesso, allora sii diverso, troverai
parole trasparenti sui fiori del mandorlo, e il celeste
ti farà recitare la pace. Io sono io a Damasco,
non un mio simile, non il mio fantasma. Io e il mio domani
mano nella mano, volteggiamo in ali d’uccello.
A Damasco cammino nel sonno, dormo camminando
abbracciato a una gazzella. Non vi è differenza
tra il suo giorno e la sua notte
se non per le colombe. Li c’è la terra
del sogno, alta, ma il cielo cammina nudo
e abita tra la gente di Damasco…

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8 commenti
    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Viviana, grazie.

  1. Giorgio ha detto:

    Non so, oggi mi è capitato di rileggere una cosa tua, su una cosa a cui vogliamo bene tutti e due.

    Volevo dirti grazie, perchè le tue parole la proteggono, e spesso mi aiutano a difenderla.

  2. Giorgio ha detto:

    Non so, continuo a cominciare quello che scrivo dicendo non so, perchè davvero non so come funziona, se si può, se rientra nelle regole, nelle consuetudini, di come si mettono parole e suoni in spazi come questo.

    Se è davvero il caso di lasciarle, non so dove finiranno e non mi importa.

    Ma si parla di un istante che c’è stato, di uno sguardo verso “un cielo coperto e nero di pioggia ma che preservava qua e là squarci d’azzurro”.

    E mi vengono in mente le parole che ho usato per dire a me di quella volta che c’ero io, a 7 anni, ed un pallone lì vicino, gli altri stavano seduti sulle scalette, ridevamo di qualcosa, di pomeriggio, nel cortile, a primavera, c’erano ginocchi e gomiti scorticati che uscivano da pantaloncini e magliette con le maniche corte.

    Stavo in piedi vicino a un albero, sulle radici, con in mano un pezzo di corteccia a staccare la resina dal tronco, la chiamavo la colla degli alberi.

    Con gli occhi in su, e tra le foglie e i rami, ho visto il cielo, e la vita è cercare per sempre di rivivere un istante che c’è stato.

    In quell’istante ho visto il celeste, e lì cerano le altre cose, quelle belle, tutte le domeniche allo stadio che sarebbero venute, i gol che ho visto, quelli che non sarebbero mai stati segnati da nessuno, tutto quello che dopo ho cercato.

    E lì, tra l’ombra e l’aria fresca, a mettere da parte suoni e sassi, il caldo e il cuoio del pallone, quello che serve per andare, in una vita che certe volte fa schifo, e resta da pisciare sui ricordi e sulla nostalgia, e rimane solo di continuare a cercare quel celeste, di andarsi a vedere la prossima partita della Lazio.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Non ci sono regole e consuetudini in spazi come questi (almeno non in questo). Ciao e benvenuto.

  3. ELENA ha detto:

    ANDREA, LA TUA PROSA è UNA PERFETTA SINFONIA, UNA MAGNIFICA POESIA.
    FAI VENIRE LA PELLE D’OCA, E QUESTO, PER ME, è CIò CHE PIù CONTA.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Quello che senti sulla pelle è sempre la cosa che più conta. Ci tengo molto al tuo giudizio Elena, grazie.

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