Le acque hanno volti

Forse l’uomo con la barba che conduceva il suo cane lungo il fiume alle otto del mattino di una domenica di fine inverno non era lì per guardare l’albero annegato. E nemmeno i venditori ambulanti che allestivano i loro banchi di anticaglie mentre sopra le case degli uomini erano ancora spente. E neppure i due podisti coi respiri affannosi che regolavano l’andatura in base al ritmo delle loro conversazioni private, alla natura dei pettegolezzi e delle maldicenze che dispensavano verso conoscenze comuni. Nessuna, fra le poche decine di anime mattiniere che ieri mattina serpeggiavano nei pressi del fiume, ha avuto occhi per quell’albero. Eppure ho pensato che nei paraggi non ci fosse niente di più strano e misterioso di quella chioma verde che fuoriusciva dal velo acquatico, come una barca senza nocchiere che oscilla nell’acqua viscosa, come una palafitta, come un fiore cresciuto nel bel mezzo di una nuvola. Per me, invece, che ho sempre amato il tempo e le insignificanze, la fortuna ha voluto che notassi l’albero mentre attraversavo il ponte, e con gli occhi ancora calmi di sonno e le mani gelide mi accostassi al parapetto per respirare e indagare sulla natura di quella visione metafisica. Sarà forse che oltre la realtà riconosciamo le nostre rassomiglianze. E così un albero che spunta dal letto di un fiume, con le radici e il tronco annegati nella corrente e la chioma rotonda di foglie verdi che si specchia nell’acqua, diventa l’archetipo di ciò che siamo, la traccia segreta del nostro essere. Allora ho pensato che anch’io, come quell’albero, ho i piedi piantati nei gorghi, le radici negli abissi di fango, e la testa che fuoriesce svettando in cerca dell’aria e del sole. E come l’albero anch’io resisto ogni momento agli urti della corrente, ai vortici profondi, e qualche volta alla pioggia che sferza graffiandomi la faccia.

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Erri De Luca, VOLTI

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l’aria, chi ha legato
all’albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

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2 commenti
  1. Anna B. ha detto:

    Forse quell’albero ha già condiviso emozioni con le persone che oramai non lo guardano più e, prima che passassi tu, si stava chiedendo che faccia avesse la prossima anima che avrebbe incontrato…

    • Andrea Pomella ha detto:

      A Roma quando sale il livello del Tevere sotto i muraglioni restano tracce di un altro mondo. Una volta ho visto un albero coi rami pieni di buste bianche che sventolavano. Erano i resti trascinati dalla corrente di una piena. Laggiù c’è un altra città, basta scendere una rampa di gradini e si scoprono meraviglie inattese. Un giorno scriverò qualcosa anche sull’albero pieno di buste. Ciao Anna.

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