Senza essere umani

Che succede, dall’una alle tre del pomeriggio, alle creature umane che lavorano in una grande città come quella in cui vivo io? Che succede quando si placano gli eccessi della danza più frenetica e l’ultimo dei negrieri concede loro una pausa di ristoro e un’ora di libertà? È capitato che ieri passassi di là per caso, perché le mie gambe in cerca di traiettorie e di percorsi mi imponessero la corsa lungo il fiume, là dove si sfiora il limite di un quartiere inzeppato di uffici di avvocati e di notai. E allora ho incontrato gli sguardi di queste ragazze e di questi ragazzi che camminavano soli come cani, o sostavano sull’orlo di una panchina coi loro piccoli bagagli di cose dolci e semplici, intenti a far trascorrere il tempo cercando conforto nel display di un cellulare o fra le pagine di un libro, o a incartare in silenzio le ultime briciole del loro pasto frugale, il panino mandato giù come una condanna fra le ore sottopagate del loro precariato sottopagato. Erano tanti, ed erano soli, nessuno che parlasse con nessuno, decine di anime pendenti come una fila di uccellini sospesi sul filo. Passeggiavano avanti e indietro come condannati nell’ora d’aria, gemellando forse i loro pensieri a chissà quali maledizioni, lasciando svanire voglie e desideri perché alle voglie e ai desideri si può concedere al massimo un quarto d’ora alla sera, dopo cena, una telefonata, un’occhiata alla Tv, sul calendario un conto alla rovescia di giorni o di settimane che mancano al prossimo ponte festivo. Ecco, mi sono detto, è così che si annienta lo spirito di una generazione, è qui che entra il coltello degli aguzzini che rendono questo tempo e questo paese una stalla di asini bastonati, una spianata allagata di niente. Forse noi non abbiamo saputo scegliere, e la storia non serberà traccia di questa immensa schiavitù.

.

Jack Hirschman, LA FELICITÀ

C’è una felicità, una gioia
nell’anima che è stata
sepolta viva in ciascuno di noi
e dimenticata

Non si tratta di uno scherzo da bar
né di tenero, intimo umorismo
né emozioni di cordialità
né un grande, brillante gioco di parole.

Questi sono i superstiti che sopravvivono
a ciò che accadde quando la felicità
fu sepolta viva, quando essa
non guardò più fuori

degli occhi di oggi, e non si
manifesta neanche quando
uno di noi muore – semplicemente ci allontaniamo da tutto, soli

con quello che resta di noi,
continuando ad essere esseri umani
senza essere umani,
senza quella felicità.

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2 commenti
  1. Autunno ha detto:

    Erano tanti, ed erano soli, nessuno che parlasse con nessuno, decine di anime pendenti come una fila di uccellini sospesi sul filo. Passeggiavano avanti e indietro come condannati nell’ora d’aria, gemellando forse i loro pensieri a chissà quali maledizioni, lasciando svanire voglie e desideri perché alle voglie e ai desideri si può concedere al massimo un quarto d’ora alla sera, dopo cena, una telefonata, un’occhiata alla Tv, sul calendario un conto alla rovescia di giorni o di settimane che mancano al prossimo ponte festivo. Ecco, mi sono detto, è così che si annienta lo spirito di una generazione, è qui che entra il coltello degli aguzzini che rendono questo tempo e questo paese una stalla di asini bastonati, una spianata allagata di niente. Forse noi non abbiamo saputo scegliere, e la storia non serberà traccia di questa immensa schiavitù.

    Che stupenda poesia hai scritto Andrea è degna del grande Hirschman che ci doni

    • Andrea Pomella ha detto:

      Marco, tu mi accosti a quello che considero personalmente il più grande poeta vivente. Lo accetto perché so che me lo dici col cuore, ma subito dopo torno nei ranghi modesti che più mi si addicono. Grazie.

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