Ceausescu e la persecuzione del Nobel

24 marzo 2010

Unione Sarda. 23 marzo 2010, Pag. 44 – Quando, nell’ottobre del 2009, l’Accademia di Svezia ha conferito il Nobel per la letteratura a Herta Müller, con la motivazione di aver rappresentato con “la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa il mondo dei diseredati”, in molti devono aver pensato che gli accademici di Stoccolma si fossero dati a un acrobatico esercizio di diplomazia. In realtà, i “diseredati” in questione non erano i reietti della terra, quelli che nel nostro mondo e nelle nostre città siamo abituati a considerare gli ultimi, i sottopagati, gli emarginati, i ripudiati e che spesso provengono dai continenti d’Africa o d’Asia. I “diseredati” di Herta Müller sono in realtà le genti di Romania appartenenti alla minoranza tedesca degli svevi, minoranza di cui la scrittrice è originaria, nonché quei cittadini che hanno conosciuto sulla loro pelle il regime comunista di Ceausescu. Il “mondo dei diseredati” era allora riferito alle vittime di quella dittatura fra le più sanguinose della storia recente europea a cui questa scrittrice (che prima dell’attribuzione del premio era in larga parte sconosciuta al pubblico italiano) ha dedicato la sua opera.

Come spesso accade dopo l’assegnazione di un Nobel, il mondo dell’editoria si affretta per porre riparo alle proprie cecità pregresse, ben consapevole del sicuro ritorno commerciale garantito dall’eco di una tale onorificenza. E così ecco comparire sugli scaffali delle librerie italiane questo breve racconto autobiografico dal titolo “Cristina e il suo doppio – ovvero Ciò che non risulta nei fascicoli della Securitate”, edito da Sellerio.

Si tratta di una rievocazione degli anni in cui la Müller finì nelle spire della famigerata Securitate, il servizio segreto della Romania Comunista, a causa della sua attività di scrittrice “ai margini”.

L’origine di questo racconto risale al 2004, quando alla scrittrice, dopo ripetuti tentativi, fu concesso di consultare il fascicolo contenente il procedimento operativo che la Securitate aveva avviato sul suo conto nel 1983 a seguito del suo rifiuto a lavorare come spia, e che recava come nome in codice “Cristina”. “Nel fascicolo di cui sono intestataria mi scindo in due persone diverse fra di loro”, scrive Herta Müller. “La prima si chiama CRISTINA, è una nemica dello Stato e va perseguitata”. La seconda “Cristina” – come si desume dal racconto – è invece un’iscritta al partito, una spia di stretta osservanza alle dipendenze del regime, un personaggio inventato dai funzionari-ombra del servizio d’informazione per infangare la reputazione della Müller all’estero, soprattutto dopo la sua fuga in Germania nel 1987.

“Dovunque arrivassi, mi sono trovata a dover convivere con questo mio doppio” – confessa la scrittrice nell’ultimo capitolo del libro. Le due “Cristina” hanno rappresentato per anni l’arma feroce e sottile con cui la polizia segreta tentò in ogni modo di distruggerle la vita e il lavoro, anche molti anni dopo la caduta del regime di Ceausescu e col ritorno alla democrazia, seminando il sospetto nel campo degli estimatori, usando disturbatori nel corso delle sue letture pubbliche all’estero, avvelenandone le amicizie più intime attraverso un uso sadico e chirurgico dell’arma della disinformazione.

Ne esce un resoconto essenziale e basilare che ha per oggetto l’opera di falsificazione storica e di sospetto su cui vengono eretti i regimi dittatoriali, la riduzione dell’uomo allo stato di essere diffidente che arriva a nutrire i dubbi più feroci su tutto e su tutti, un genere di condizione umana in cui, ci avverte Herta Müller, “si diventa meno esigenti, si cerca, in mezzo ai veleni, qualcosa di incontaminato, per piccolo che sia”.

ANDREA POMELLA

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