Quello che lasci dietro non tornerà

Una faccenda di lavoro mi ha portato a scorrere per due giorni le facce di un’infinita serie di giovani meno che diciottenni i quali calavano al mio cospetto con occhiate distorte e balbettii. Come membro di una commissione a cui era affidato il compito di raccogliere candidature per la partecipazione a uno scambio interculturale, ho preso appunti e setacciato il carattere e la personalità di questi perfetti sconosciuti. Nonostante il mio scarso entusiasmo, col passare delle ore, dietro al buio fitto di quei visi impacciati, perplessi, a volte sfrontati, lentamente mi sono lasciato precipitare in un vortice di interrogativi e di immaginazione. Così, sorridendo, alzandomi o scostando una matita o un foglio di carta, ponendo qua e là qualche rara domanda senza spessore, ho finito per entrare in ciascuna delle loro vite, immedesimandomi nella loro noia, nelle loro faccende d’amore, nella timidezza dei loro sguardi, ho spalancato le loro finestre e ho sbirciato nei loro armadi, sotto i loro letti, negli angoli e fra le pareti che ospitano la loro interiorità. C’era con noi un uomo di professione psicologo che pretendeva di racchiudere in un giudizio sommario l’articolata complessità di tutte quelle esistenze che ci calavano addosso come un incessante turbinio di atomi celesti. E mentre procedeva la conta arida dei requisiti e delle competenze personali, i giudizi espressi in numeri asciutti e sterili, io continuavo a dare una carezza sulla guancia di quelle vite, come un bambino che cerchi di scostare la schiuma dal pelo dell’acqua per osservare i pesci. A un certo punto, uno di questi angeli atroci è scoppiato in un pianto dirotto nel momento in cui alcune gelide richieste amministrative lo hanno posto di fronte, forse per l’ennesima volta, al dramma inconcluso della propria vita: un divorzio dei genitori, un padre irreperibile, un’altra occasione che sfuggiva non per colpa propria ma per le pazzie commesse dagli uomini e dal destino. Tra il silenzio e la solitudine di quel pianto ho smesso di essere quello che ero. Avrei voluto alzarmi da lì, accompagnare quel ragazzo fuori all’aria aperta e dirgli che potevo raccontargli molte cose, che la disperazione risparmia solo gli uomini troppo poco sensibili, e che la terra ci diventa più leggera quando mastichiamo il fango nella culla.

.

Juan Barja, QUELLO CHE RESTA INDIETRO NON È PER NIENTE TUO

Come colui che andò al mare
e non lasciò una fonte,
un flauto di canna vicino al focolare addormentato,
uno sguardo attento
al bacio soffocato della sua impronta,

così l’albero, che cresce senza memoria,
così l’azzurro, la voce tra i salici
che parla per nessuno, così la luce
che nulla sa di per sé, né del suo cervo alato
né della sua freccia fugace.

Cade la sera
alle tue spalle, cadono costellazioni
di uomini nel telaio, sulla pietra
inerte, nel mortaio, sopra la terra grigia. Ricorda.
Quello che lasci dietro non tornerà.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: