Il Redentore al rovescio

Succede in un mattino umido di aprile che uno straniero tra i più poveri e in solitudine concepisca di posare all’estremità di uno spartitraffico di città come un Redentore al rovescio. L’uomo in questione è sotto la luce psicotica dell’alba, il luogo prescelto è una rotonda che distribuisce il traffico delle automobili in entrata sulla strada consolare, lo spazio è misurato fra una periferia tra le più degradate di Roma e i piloni di una tangenziale, dove sovente alle sette del mattino capita di osservare eserciti di nuovi schiavi in attesa del caporale e di una paga giornaliera per il pane. Lo straniero in posa da Redentore – che magari si chiama Hashim, o Ahmed, o Jaffar – è uno di loro, ha l’aspetto di un pakistano sunnita convertito al cristianesimo, non ha moglie né figli, ha una madre di cui ha perso memoria, un amuleto con cui è partito un giorno di qualche anno fa da una città dell’Asia centrale. Lo intravedo con la coda dell’occhio mentre procedo lentamente nella coda del traffico regolando il volume della radio sulle notizie del mattino e spostando sul caldo la bocchetta di areazione. Hashim (ho deciso, in via del tutto arbitraria, che questo è il suo nome) è in piedi con gli occhi semichiusi, il viso contratto fra l’estasi e la tribolazione, i pantaloni sporchi di bivacchi e una camicia gialla piena di macchie e di rammendature, forse ha un paio di scarpe aperte e consumate, o forse è a piedi nudi, le mani sono giunte nel gesto della preghiera, le dita sono così serrate fra loro che sembra vogliano impugnare una corda immaginaria. Poi c’è questa luce, questo principio di sole color ruggine che gli cade sui capelli e sugli occhi, e questo giro di automobilisti indifferenti che gli turbinano intorno, ciascuno coi pensieri rivolti dalla propria parte. Faccio le mie buone considerazioni mentre rallento per osservare al meglio quest’uomo occupato in una preghiera fervida e disperata, che sembra concentrato nella richiesta di salvare il mondo piuttosto che la propria anima, che sconvolge e perturba l’idea che abbiamo di questa città cattolica in cui si guarda come un matto di strada un uomo che prega. E penso, penso che ogni giorno siamo più distanti, e che Hashim sia la visione immobile di una rivolta fra le più belle e angosciose che possa capitare di vedere alle sette del mattino.

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Muhammad Iqbal, LO ZEFIRO DEL MATTINO

Vengo dal vasto mare, dalle cime dei monti,
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d’argento.
Rotolo sopra l’erba, e allo stelo del tulipano m’avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell’intimo seno;
e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,
soavissimo e lieve mi abbraccio al colle del fiore.
E quando il Poeta lamenta il dolore dell’Amica
alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri.

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