Gli uomini del tramonto

Girare tra le vie del centro di una grande città è un modo come un altro per passare in rassegna le ultime miserie di una civiltà morente. È un sabato, è una mattina che forse esisterebbe solo in sogno, perché è da tanto che non faccio più una passeggiata in solitaria tra queste vie, e brancolo ad occhi chiusi per godermi il fresco e il sole che filtra appena tra i palazzi. A piazza Navona i camerieri dei bar e i venditori ambulanti sembrano calciatori che si riscaldano in attesa di scendere in campo e fare la loro parte, la presenza dei turisti non è ancora quell’orda famelica che passerà fra qualche ora a seppellire ogni cosa, ma i negozi sono già allestiti, fuori dalle vetrine è tutto un fiorire di paccottiglia. Mi domando perché quando gli esseri umani sono in vacanza si deteriorano al punto tale da cercare il modo più svelto per liquidare i propri soldi in cambio di idiozie materiali. Forse rispondono a una necessità sostanziale della loro natura, o forse in una civiltà decadente la soddisfazione della propria cretineria è diventato un bisogno primario. Fatto sta che le città del mondo hanno cambiato le loro fisionomie modellandole su questa esigenza dell’”uomo in vacanza”; certe volte la sincerità del mondo è spiazzante. Roma non si è sottratta a questa legge. Sul cuore ormai inaccessibile di questo paesaggio dominano cianfrusaglie made in china, cappelli scandalosi, magneti per frigoriferi, riproduzioni in plastica di monumenti famosi, oscenità tradotte in tutte le lingue del mondo. Non esiste più uno spazio destinato a un uso diverso da questo, tutto è teso a favorire questa catatonia collettiva, questa barbarie di ritorno, questa navigazione verso l’inferno della nullità. Mentre si alza il sole sono qui a camminare nel cuore materiale di un declino fra i più spaventosi della storia e ripenso agli ultimi versi di una poesia di Fernando Charry Lara, agli uomini del tramonto, coloro che “vedono sprofondare la terra d’Occidente nella notte”.

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Fernando Charry Lara, TRISTEZZA D’OCCIDENTE

Com’è triste Occidente, coi suoi colori chiari,
assenti, riparati da tutto ciò che è perso:
adesso è terra scura, senza forma e silente.
non si sa se la solchino assonnate correnti.

Nemmeno se ci sono stanchi sentieri, valli.
O nubi nel suo cielo, quelle candide spume.
Non c’è nulla, crescono solo i sogni dell’oblio
sul cuore inaccessibile di questo paesaggio.

Vorrei con le mie braccia stringere l’Occidente,
la sua luce fugace, la dorata mestizia
che risplende purissima, nell’aria vuota ormai,
con fulgore monotono di pianura assetata.

Gli uomini del tramonto che sognano orizzonti
nel guardare l’acceso tremore dei crepuscoli,
come un bosco di enormi disabitate ombre
vedono sprofondare la terra d’Occidente nella notte.

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2 commenti
    • Andrea Pomella ha detto:

      Contento che ti sia piaciuto, grazie Anna.

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