Storia di niente e di nessuno

Ora dovrei scrivere di una storia minima capitata a metà di una giornata assolata di aprile, una di quelle storie che non meritano neppure di essere raccontate, e non perché abbia ben poco di edificante, e neppure perché sia tutto sommato una storia brutta, oscena o triviale, ma semplicemente perché, a ben guardare, non è nemmeno una storia. Ecco, i fatti stanno tutti qui. Il quartiere è giovane, ricco di uffici e di colletti incravattati che all’ora di pranzo si aggirano lungo i marciapiedi con pallide pizzette e lattine brillanti di coca-cola. Io scendo dalla macchina in un parcheggio che luccica sotto il sole, guardo in alto, i piccoli grattacieli dalla ampie vetrate a specchio, metto su la giacca e mi avvio lasciando che un colpo improvviso di vento mi asciughi il sudore sulle tempie. Mi aggiro per un po’ tra i pilastri di questo palazzo, sbircio fra le etichette del citofono e mi appresto a premere il pulsante giusto. In quel momento arriva una donna, una donna piccola di statura, una specie di ragazzina snella dai capelli scuri. Infila la chiave nel portone e apre, io ne approfitto ed entro con lei. Il palazzo è di otto piani, io devo salire al settimo, ci sono due ascensori, ma uno è rotto. La donna chiama l’unico ascensore funzionante. Ora c’è da dire che io non amo particolarmente gli ascensori, ma di farsi sette piani a piedi non se ne parla. Ecco, qui comincia la piccola storia insignificante, ed è la storia della mia introversione, del riserbo che mi si incolla tra la bocca e gli occhi, e che un viaggio di trenta secondi in ascensore con una sconosciuta dall’aria afflitta e infelice rende così manifesto. Lei naturalmente va all’ottavo piano, lo sussurra quasi, a seguito del mio invito a confessarmi per quanto tempo dovrà durare lo strazio di questo silenzio da condividere. Fissa il pavimento, o meglio quel metro quadrato di un colore indefinibile che calpestiamo, io preferisco guardare la luce giallastra e fioca che sgorga dall’alto, subito dopo mi impegno a curiosare con aria partecipe gli ultimi sms ricevuti sul cellulare. Intanto quell’eternità viene scandita dal conteggio dei piani che appare sul display. Ecco, la storia finisce qui, non c’è nient’altro di rilevante, sono stato di parola. Neppure il buongiorno che le scarico uscendo dall’ascensore, una cortesia di cui non si può fare a meno, ma che lei non contraccambia, perché tanto, da quel momento in poi, io sono uscito definitivamente dall’orizzonte della sua vita, e che differenza vuoi che faccia a questo punto rispondere o meno a un saluto di buona educazione? Non sarà certo lui – avrà pensato – il delatore che mi denuncerà per manifesta inciviltà. Così, nessuno saprà dirmi cos’è successo tra il settimo e l’ottavo piano, in quell’ascensore in cui lei è rimasta sola coi suoi pensieri, liberata dal peso di condividere uno spazio tanto ristretto con uno sconosciuto. Però ho sentito distrattamente un rumore mentre mi aggiravo sul piano in cerca della porta giusta. Era un sospiro e poi, forse, un sorriso di liberazione. Io le ho invidiato entrambe le cose.

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Antônio Lázaro de Almeida Prado, SAPERE, SAPORE…

Tutto mi sa di fiamma,
Tutto mi chiama e sa
Di tessitura, sottile,
Di segreto barlume,
Di gusto di profumi,
Di sfolgorante appello
Di ritmi nascenti…

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1 commento
  1. giampaolo biccai ha detto:

    …interesante microstoria…anzi la storia di una microstoria…allo stesso tempo non è letteratura minimale…ha diversi toni e appunti…autobiografico ed introspettivo…in uno spazio limitato di racconto avvengono diverse azioni…vi è anche lo spazio e il tempo per le riflessioni…addirittura il sospetto di una morale…complimenti….

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