Trasparenze

La domenica pomeriggio nella sala d’attesa del pronto soccorso c’è una corrente calda e un’invenzione al minuto. C’è la porta del bagno aperta e uno sciacquone incastrato che fa rumore, il passaggio pigro dei medici e degli infermieri mi costringe a tenere gli occhi aperti, mentre sento forte la sonnolenza che implora alla mia nuca di appoggiarsi alla parete. Una radio distante ronza una musica che sembra il canto delle donne nel deserto. Siamo in sei in questa specie di sospensione dal mondo. C’è una coppia di anziani, lei con la pressione alta e lui con l’insofferenza dei suoi ottant’anni indolentemente esibiti come la cravatta regimental che gli si appende in corrispondenza della gola, dove la pelle gli ricade in una piega di colore rosso pallido che sembra il bargiglio di un tacchino. L’uomo non fa altro che rimproverare sua moglie, la ramanzina riguarda una fetta biscottata con la marmellata che lei ha mangiato a metà mattina e che, a suo dire, sarebbe la principale indiziata per il fulmineo e brusco aumento della pressione arteriosa. La signora annuisce con rassegnata sopportazione, lo fa da quasi sessant’anni, è un esercizio che ormai le riesce completamente naturale. Accanto a me c’è una giovane donna, capelli corti biondi e un paio di occhiali a giorno con la montatura glasant. Bussa per un attimo alla porta e chiede di parlare con la ginecologa di turno. Dalla breve conversazione che ne segue si capisce che è incinta al terzo mese, ha avuto una minaccia d’aborto, ma adesso la sua principale preoccupazione è sapere se allo stato attuale può continuare ad avere rapporti sessuali con suo marito (in realtà non specifica che sta parlando di suo marito, questo lo fa la ginecologa per semplicità di procedura). Sull’altro lato del corridoio ci sono due ragazzine in predicato di essere ancora minorenni, una con l’aria mortificata e l’altra che sembra non riesca a trattenere un risolino isterico. Quella col risolino isterico ferma la prima infermiera che passa, parla a bassa voce affinché il vecchio col bargiglio da tacchino, oltre che la moglie rea confessa di aver abusato di fette biscottate con la marmellata, non si metta a rimbrottare pure la sua amica che la sera prima, complici una luna troppo romantica e una sbronza troppo alcolica, a quanto pare non ha saputo considerare gli effetti collaterali dell’amore. L’infermiera chiarisce che quello è un ospedale religioso in cui non si somministrano progestinici. Alla ragazzina non resta che consolare l’amica con l’aria mortificata che adesso si mette quasi a piangere di paura e corre via verso l’uscita principale del pronto soccorso. E poi ci sono io che nelle vite trasparenti di questi sconosciuti cerco un ordine, l’unico corpo celeste che nell’angolo retto del suo sguardo non contempla di essere spiato.

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Jenaro Talens, ESERCIZIO SU TRASPARENZE

Il mio mestiere è quello di divagare sulle cose,
dar spazio all’invisibile
che attraversa così altezzose mura.

Guardare quegli alberi da me eretti,
o forse solo la radice o l’eco
di un albero sfumato che la luce ulcera.
Apprezzamenti vaghi con cui arredo un ordine
che nulla spera di albergare. Potesse la mia voce
viver con ignoranza nell’indefinitezza.

Il mio mestiere è la stranezza:
vedere quest’azzurro che nasce con il giorno.

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6 commenti
  1. clelia ha detto:

    Invece, qui scrivendo, è contemplato anche spiare te e il tuo sguardo che traduce sensazioni.
    Ti ho visto, apparente nullità.

    Grazie.
    clelia

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ecco Clelia, tu hai scoperto subito come funziona il gioco. La scrittura forse è questo, fingere di scomparire per mettersi nudi in mezzo al mondo.

  2. violetrouet ha detto:

    un piascere leggerti grazie

    • Andrea Pomella ha detto:

      Grazie a te per averlo fatto.

  3. poi ci sono io che nelle vite trasparenti di questi sconosciuti cerco un ordine, l’unico corpo celeste che nell’angolo retto del suo sguardo non contempla di essere spiato…

    Sempre bello leggerti e ancora auguri.
    feDe

  4. carlotta ha detto:

    nel passare in questa realtà, osserviamo anche quello che non vorremmo. Per pudore o per educazione. Ma nella società dell’apparire e dell’urlare, vestiamo gli abiti di testimoni involontari di malessere e critici gratuiti di vite sull’orlo di una crisi di nervi.
    I presidi sanitari offrono un microcosmo di vite parallele, intervallate da guai personali non desiderati.

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