L’oro di McEwan

Di ogni libro che leggo ricordo le circostanze, il motivo per cui l’ho scelto, il momento in cui l’ho acquistato o preso in prestito da qualcuno, e poi associo a ciascuno un luogo, per lo più il posto in cui ho speso la maggior parte del tempo della sua lettura, una stanza d’albergo, un parco, un letto, un divano di una sala d’attesa, qualche volta ricordo perfino la stagione, ma questo succede solo per i libri più importanti. De Il giardino di cemento di Ian McEwan ricordo tutto. Ricordo il vetro di un pullman, ricordo le montagne, ricordo una fuga da tutto, la ricerca di un senso che tornasse a far vibrare l’aria in un pomeriggio di primavera. Avevo sentito parlare del suo incipit qualche anno addietro, durante una conversazione tra sconosciuti nell’ufficio del sindacato in cui svolgevo il mio servizio civile in alternativa alla naja. Si parlava della storia di un ragazzo di quattordici anni che apprende della morte del padre il giorno stesso in cui il suo organo genitale espelle il primo seme, e mi era sembrato subito qualcosa di promettente e straordinario. Non avevo afferrato tuttavia il titolo del romanzo di cui si parlava, né il nome dell’autore. Ero rimasto così per anni in sospeso, setacciando le librerie in cerca di un incipit che si confacesse all’abbozzo di storia che avevo ascoltato nell’ufficio del sindacato. Poi un giorno un’amica mi consigliò di leggere qualcosa di questo autore (allora non avevo ancora letto nulla di McEwan), le chiesi di propormi un titolo e lei suggerì Il giardino di cemento. Acquistai il libro una settimana più tardi, senza preoccuparmi di leggere incipit, sinossi e note di copertina, come faccio generalmente. Poi misi il libro in borsa e decisi che avrei iniziato a leggerlo durante il mio viaggio ricostituente. E così ero sull’autostrada, in mezzo alle montagne, quando sfogliai la prima pagina e lessi: “Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra quasi di avergli dato una mano a morire. E se non fosse capitata in coincidenza con una pietra miliare nel mio sviluppo fisico, la sua morte sembrerebbe un fatto insignificante in confronto a quello che è successo dopo”. Sbarrai gli occhi e feci un salto sul sedile del pullman. Ormai mi ero quasi convinto che non lo avrei mai ritrovato, e fu come per un cercatore d’oro che si imbatte per caso nel tesoro vaticinato dall’oracolo.

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