La memoria delle cose

Quando mi affaccio al balcone di casa e osservo i piani in fila del palazzo di fronte al mio, penso alle persone che ci dormono e agli oggetti stipati e oscurati alla vista del mondo dai muri e dalla gelosia degli uomini. E loro stanno lì, vite intere per decenni, come serpi arrotolate e nascoste sotto i macigni, mentre a volte penso che gli esseri umani dovrebbero mostrare al mondo le cose di cui dispongono e non temere il giudizio degli altri. Un tavolo, una libreria, un divano, una vecchia radio, un guardaroba di vestiti, non sono cose di cui vergognarsi, sono al contrario la dichiarazione di ciò che siamo. Noi siamo abitati da un fiume di cose che ci attraversano, che si ammassano fra le erbe e le fronde lungo gli argini, che si stratificano e ci rendono unici. Gli animali, al contrario di noi, non hanno bisogno di niente che non sia la propria pelle, non temono la nudità e non conoscono la bramosia del possesso. Ecco, ieri sera mentre versavo l’acqua nei vasi in balcone, riflettevo su questo, cercavo un motivo ragionevole per cui quei vasi e quelle piante dovessero in qualche modo appartenermi, essere indiscutibilmente miei, poterne disporre liberamente senza che ciò venga messo in discussione da qualcuno. Questa è la gioia primitiva degli uomini? Questo è, al fondo, il motivo ancestrale che conduce ai massacri indicibili della storia, alle guerre e alle carneficine? Questa contesa su ciò che “è mio”? Questo incrociarsi di due fiumi carichi di paccottiglie? Queste discariche industriali che siamo diventati? Queste corazze che ci mettiamo addosso per non sentirci più scorrere il sangue? Oggi sono convinto che se fossi un uccello sorvolerei il cielo e non farei nidi in nessun posto, ma cercherei costantemente l’unica ragione per cui la natura mi ha creato: volare, per lasciare lontano la terra.

.

Luis García Montero, PRONOSTICI IN UNA MATTINA DI DOMENICA

A volte è possibile fidarsi di un testimone
e della provata memoria delle cose.
Questa lampada umida,
questo corteggiatore metallico che offre
come un maggiordomo la sua eleganza,
questo specchio umile che tenta di rifugiarci
in un mondo d’ombre sottomarine,
il nudo del quadro,
il romanzo che dorme con la storia piegata
sulla pagina cento trentacinque,
l’armadio dall’antica eleganza
che si gira di spalle per non disturbarci,
la poltrona che apre le braccia ai vestiti,
la porcellana vecchia,
tutta la collezione di oggetti e ricordi
che segnano le frontiere del nostro territorio,
a volte, senza dubbio,
in fin dei conti una eredità e un destino,
dopo un trasloco
o nella complicità delle soffitte,
parleranno con invidia di noi,
si affermeranno testimoni di un amore
e cercheranno parole che possano evocare
la fiamma in cui si uniscono due verità,
due ombre che si offrono chiarore,
i corpi sottomessi alla luce della loro vittima.
Sarà meglio allora fidarsi del segreto
che conservano le ceneri numerate
in un vecchia sveglia.

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4 commenti
  1. cristiana amendola ha detto:

    vedo ch’ai scritto un libro… mi complimento!

    • Andrea Pomella ha detto:

      Grazie Cristiana, è una cosa che fanno in molti e io non volevo essere da meno!

  2. adamantia ha detto:

    Se fossi una rondine, lo farei il nido. La sicurezza di un rifugio cui tornare mi permetterebbe di volare piu’ lontano.

    Molto belle le tue riflessioni, come anche le foto che le accompagnano.
    ciao

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ti ringrazio adamantia.

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