Scene dalla vita d’Israele

26 maggio 2010

Unione Sarda. 25 maggio 2010, Pag. 43 – Nella quiete sinistra di un pittoresco borgo del “Chianti d’Israele”, si intrecciano otto storie oscure e indecifrabili che hanno per protagonisti gli abitanti del villaggio immaginario di Tel Ilan. È questa, per somme righe, la trama dell’ultima opera di Amos Oz, Scene dalla vita di un villaggio, la quattordicesima pubblicata in Italia da Feltrinelli del grande scrittore e saggista israeliano. Gli otto racconti potrebbero vivere autonomamente se non fossero legati tra loro dall’aria soffocante, umida e carica di lutti e di colpe pregresse che aleggia tra le case coloniche in cui risiede la piccola comunità. Si tratta di storie aperte, senza epiloghi, durante le quali non veniamo mai a sapere niente di preciso sul destino dei personaggi chiamati in causa. Inutile cercare delle risposte, il genere di soluzioni convincenti da romanzo giallo. I racconti, o meglio, le scene di Oz sono smaccatamente enigmatiche, vivono di allusioni, di richiami leggeri come sospiri.

Così accade che la moglie di Benni Avni, il sindaco del paese, un giorno scompaia nel nulla dopo aver fatto recapitare al marito un biglietto con sole quattro parole: “Non preoccuparti per me”. O che il nipote della dottoressa Ghili Steiner, il cui arrivo a Tel Ilan era previsto con l’ultimo pullman della sera, abbia fatto misteriosamente perdere le sue tracce. O, ancora, che l’immobiliarista Yossi Sasson voglia comprare una vecchia casa in rovina, enorme e piena di stanze, appartenuta al defunto scrittore Eldar Rubin, e che si ritrovi in una cantina buia con la giovanissima figlia dello scrittore la quale cerca di sedurlo, o – forse – di rinchiuderlo per sempre in quella casa.

La scrittura di Oz incide a perfezione i caratteri di questi uomini, sospesi tra le angosce e il bel verde bucolico in cui si stagliano le loro esistenze. Essi non rivendicano alcun diritto, ma sembrano rassegnati ad essere parte di una totalità atavica di storie sulle quali non hanno alcun controllo. Sono come le fondamenta della casa del vecchio Pesach, che ogni notte sente rumori di scavi sotto casa e si convince che a farlo sia lo studente arabo Adel, ospitato in una catapecchia della sua proprietà, che forse vuole far crollare tutto per riprendersi la terra. Pesach e Adel sono facce diverse della stessa prostrazione, ma come tiene a precisare lo studente: “Il nostro avvilimento è un po’ per colpa vostra e un po’ per colpa nostra. Ma il vostro viene dall’anima”.

Solo alla fine apprendiamo che c’è stato un tempo, una notte primordiale, in cui forse la terra ha sobbollito e gli uomini del villaggio si sono resi colpevoli di cose immonde, un passato comune che ha lasciato tracce profonde e incancellabili e che forse rappresenta l’unica spiegazione possibile del silenzio largo e profondo caduto su Tel Ilan.

Sulla quarta di copertina dell’edizione italiana leggiamo una frase tratta da una recensione di Haaretz: «Le cose più importanti sono quelle che rimangono non dette, ma che nella notte, nel silenzio possono essere udite». È proprio così che accade nella scrittura di Oz, le sue storie sono come gelsomini che sembrano non fiorire mai, ma di cui, inspiegabilmente, riusciamo a sentire forte il profumo che confabula col vento. È il meccanismo stesso della memoria, della verità inconfessabile che appartiene al passato di Tel Ilan e che si preserva, al di là degli anni e del buio che cala ogni sera sul villaggio e sui suoi abitanti.

ANDREA POMELLA

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