Un fiore ad Alexanderplatz

Spesso mi torna alla mente un’immagine che ho visto un anno fa ad Alexanderplatz. Stavo seduto su una panchina sotto un albero a riparo dalla pioggia, e osservavo l’enorme caseggiato in cemento e acciaio, alto come una montagna, che domina il lato est della piazza, una perfetta architettura realsocialista. Avevo con me il taccuino per gli appunti e scrissi qualcosa che assomigliava a un falso haiku in quattro versi: “Su una faccia unica di mille finestre / tutte uguali e solo un fiore / e un viso di vecchia che fissa / la torre della televisione”. I versi erano suggeriti da un’immagine che avevo in quel momento davanti agli occhi, la donna dietro al vetro della finestra al terzo piano era l’unico essere umano affacciato dall’interno dell’edificio, il fiore l’unico tentativo di ingentilire l’anonimato di quelle finestre tutte uguali. Il tutto si mescolava col suono del traffico, col via vai dei passanti, il ticchettio della pioggia e la musica di un’orchestrina di fiati ferma all’angolo del Park Inn Hotel. Le altre finestre erano accomunate dalla medesima miseria, uno squallore di inesistenza e di solitudine, come se dentro quegli appartamenti non vivessero esseri umani ma fantasmi o marionette di latta. La signora affacciata alla finestra del terzo piano, a suo modo, aveva compiuto la sua piccola rivolta. Adornando con un fiore rosso, forse un tulipano, il suo prospetto aveva acceso una luce in un mondo di ombre, il fiore sembrava dire che il freddo da evitare è un altro freddo, e che il cielo grigio di Berlino Est non ha bisogno di barare per vincere la partita con gli uomini. Da allora – come ho detto è passato un anno – ho pensato spesso al vissuto di quella donna, alla composizione della sua dispensa, alle sue conversazioni telefoniche, alle sue foto-ricordo, al rumore delle sue abluzioni mattutine, alla polvere sulle sue mensole, e mi domando se poi abbia avuto il coraggio di replicare il suo tulipano rosso, o se anche lei, alla fine, si sia conformata come fanno tutti alla ruggine e alla desolazione di Alexanderplatz.

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9 commenti
  1. adamantia ha detto:

    voglio credere che ognuno di noi abbia il coraggio di replicare il proprio tulipano rosso nella ruggine quotidiana.
    grazie

    • Andrea Pomella ha detto:

      Se tutti avessero il coraggio di esporre il proprio tulipano rosso non esisterebbe più la desolazione fra gli uomini. E tu hai colto nel segno il senso di ciò che ho scritto.

  2. saskia ha detto:

    Grazie per questo piccolo viaggio a Berlino… conosci anche il libro di Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz? La piazza storicamente è molto importante per la città, e l’hai descritta meglio di ogni tedesco o ogni altra persona che è stata lì, davanti all’enorme caseggiato in cemento e acciaio, alto come una montagna…

    • Andrea Pomella ha detto:

      Sì, certo Saskia, conosco il libro di Döblin, anche se la sua Alexanderplatz era una piazza diversa in un tempo diverso rispetto a quella che conosciamo oggi. Se poi tu mi dici che l’ho descritta meglio di quanto farebbe un tedesco, be’, detto da te non può che farmi piacere.

  3. Blog scoperto stamattina, primo post letto: direi folgorata sulla via di Berlino.leggerò il resto con curiosità.ciao

    • Andrea Pomella ha detto:

      Spero di essere all’altezza. Grazie.

  4. IL “DETTAGLIO”
    dell’umana condizione ha un solo colore.Interessante è il tuo raccontare.Si sente che guardi! Bianca 2007

  5. clelia ha detto:

    Vivo in Germania e ritrovo, intorno, quanto ho letto in questo post. Ritrovo anche quel coraggio del tulipano, che certamente è stato replicato: le donne tedesche hanno una fortissima determinazione alla vita ed una strana, ma sopratutto inaspettata, compiacenza all’abbandono del sè che sa ogni giorno affascinarmi e quando credo di conoscere tale sfumatura, ogni volta dal volto nuovo, lei si spegne per poi riaccendersi in un nuovo sussulto ancora a me sconosciuto.
    Continuamente cammino per strade che vorrei descrivere, mi scontro nel gelo improvviso di un azzurro d’occhi perlopiù anonimo o così solo apparentemente fino al pensiero “eppure anche qui vive, ride e piange la vita”.
    Strane sensazioni, che il tuo post mi ha riportato alla mente.

    Grazie, è sempre un piacere leggerti.
    clelia

    • Andrea Pomella ha detto:

      Mi conforta sapere per voce di una ragazza tedesca di nascita come Saskia e da una persona come te, Clelia, che in Germania ci vive, di aver colto un pezzo d’anima di questo paese e in particolar modo di questa città, Berlino, che mi è entrata nel sangue. Quel tuo “eppure anche qui vive, ride e piange la vita” dovremmo tenerlo a mente ovunque andiamo.

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