Il geco che guarda il mondo

9 giugno 2010

Ammettiamo che fosse un geco quell’ombra grigia che ho visto qualche notte fa spuntare all’angolo del soffitto, fra gli ultimi ganci delle tende e lo spigolo superiore della libreria, uno di quei piccoli esserini maculati che se ne stanno immobili sulle pareti di casa a contemplare la vita di noi mortali. Ammettiamo che il geco, a sua volta, abbia avuto la mia stessa incertezza nell’osservare quel nuovo corpo banale di uomo che malgrado le ombre della notte compariva di profilo rannicchiato su quella specie di enorme pietra morbida che gli umani chiamano “divano”. Di tanti fatti e di tanti dettagli che popolano il mondo, avrà pensato la bestiola, proprio in questo mi è toccato di incappare stanotte. E allora, ecco, il geco che guarda il mondo ha riversato i suoi occhi scuri sull’uomo semi addormentato, vestito con una maglia nera e un paio di pantaloncini grigi, coi capelli arruffati che gli ricordano un mazzo di verdure, o quella vecchia felce disordinata e ingiallita dal sole alla cui ombra si è riparato per il tempo di una giornata prima di intrufolarsi in questo appartamento caotico e bollente. Cosa sta facendo per la precisione una fattispecie di uomo così, sospeso in un territorio chiuso ai quattro lati e pieno zeppo di quei fastelli di carta tutti perfettamente allineati che, come il geco ha sentito dire, questa razza bizzarra di creature si ostina a chiamare “libri”? Un suo amico uccello dice che la principale qualità dei volatili è data dalla loro capacità di “librarsi” in volo; avranno forse questi “libri”, ha pensato il geco, qualcosa a che fare con il volo? È così pieno di misteri questo piccolo cosmo chiuso e abitato dall’uomo in maglietta e pantaloncini che il geco per un momento quasi si sente disorientato, lui che in fondo è addestrato alla pazienza suprema e alla comprensione. Il piccolo rettile tuttavia a un certo punto ha notato un particolare che in un primo momento gli era sfuggito. Al centro della sua notte fraterna, tra le braccia dell’uomo, giace un altro piccolo essere vivente della consistenza di un leoncino. Il caso sembra guidare i suoi gesti e i rumori che emette dalla bocca, mentre aspira il nutrimento da uno strano arnese trasparente e pieno per metà di una colla bianca (“latte” dicono sia il termine appropriato). L’uomo e il suo cucciolo sono così compresi l’uno intorno all’altro che la notte ne attanaglia i volti, sarà per questo che al geco era sfuggito l’insieme di questa articolata forma di nutrizione in cui i due principali abitanti di questa piccola regione dell’universo si dedicano. Il geco non ricorda com’è venuto al mondo, e neppure chi l’abbia alimentato nei primi giorni della sua vita, fino a un momento prima era arcisicuro che la sua vita fosse così da sempre, una muta storia di passaggi da un muro a un altro, da un piccolo mondo a un altro. Ora però il geco è pronto ad ammette che l’orgogliosa immagine dell’uomo e del suo piccolo soffoca la sua conoscenza alle radici, che la natura ha innumerevoli risvolti, e che ci dev’essere stato un tempo in cui le minuscole setae poste nella parte inferiore delle sue zampe non possedevano ancora la forza attrattiva che lo tengono adesso incollato alle superfici. Così il geco non è più un’ombra astratta sul muro. E quando l’alba sarà finalmente vicina sparirà da una fessura della finestra e la notte avrà compiuto l’ennesimo inconfessabile prodigio, una di quelle magie che non racconta mai nessuno.

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Humberto Ak’abal, RIMPROVERO

La luna era una grande casa
seduta sulla schiena della collina.

Quando mio padre mi rimproverava,
io andavo dalla luna
e lì dormivo.

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5 Risposte to “Il geco che guarda il mondo”

  1. paolo salvi Says:

    Se per magia il geco dovesse ricomparire, sii gentile, non lasciarci in pena: dicci subito che è ritornato.

    • Andrea Pomella Says:

      Mi sta venendo in mente che potrebbe tornare in maniera, come dire, più “stabile”. Ciao Paolo.


  2. Corriamo così tanto, che per farci ricordare come eravamo, cosa eravamo, e da dove siamo partiti ci vuole la presenza di un geco a metterci davanti all’io! Incominciamo a porci domande, a dipanare la matassa, cercando l’origine del filo che ci lega alla vita presente che stringiamo fra le braccia, ma a noi sconosciuta!Grazie Andrea, bellissima metafora.

  3. manodiangelo Says:

    Nonostante l’avversione per l’animaletto in questione, trovo il suo punto di vista poetico e illuminante: fai in modo che torni a dare uno sguardo ad altri momenti così pregnanti della vita degli abitanti del suo muro.

  4. Andrea Pomella Says:

    Di recente ho scoperto che si può imparare molto dalle piccole (a volte piccolissime) cose. Non c’è alcuna filosofia, il segreto sta nell’osservazione. E anche l’avversione a volte può essere stimolante.


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