È la casa che ci fa stranieri

Mia nonna mi pettinava volentieri, i pomeriggi d’estate mi stendeva sul letto vicino a lei, c’era un castello di luce calda che fioriva dagli spiragli delle persiane. Lei indossava una sottana color carne, si sollevava i biondi boccoli alla Bette Davis sulla sommità della testa, poi si chinava su un lato dalla parte del muro, io le guardavo la schiena che si innalzava piano al ritmo calmo del respiro. Io che non mi addormentavo mai avevo sulle mani una giovane civetta, una lepre, una rana e una puzzola. Il sonno tetro di mia nonna apriva il sipario sul mio teatro dei simboli, la lepre e la rana parlavano con una voce da sussurro, la civetta e la puzzola si nascondevano sotto le pieghe del cuscino. Sul comò mia nonna aveva una foto in un medaglione d’oro, io le invidiavo entrambe le cose, la foto e il medaglione. Ero a quel tempo un ragazzino ombroso dai capelli scuri e quelle estati lontane non sopravvivono quasi più. A dire il vero non sono proprio sicuro che mia nonna indossasse quella sottana e che i suoi boccoli fossero ancora biondi o non già irrimediabilmente bianchi, e non so neppure se la foto nel medaglione d’oro raffigurasse lei da giovane o sua madre o qualche altro consanguineo ritratto nell’insopportabile lontananza di una cerimonia di mezzo secolo fa, o se in realtà non siano mai esistiti né l’una (la foto) né l’altro (il medaglione). So per certo che se non esistesse la forza inebriante della parola scritta tutto questo sarebbe scemato come la coda terminale di un grido. Io so che il mestiere dell’uomo è reinventare ogni minuto il proprio passato, inciderlo e sbalzarlo con la perfezione di un artigiano. Quando ho bussato alla porta e sono entrato in quella camera per la prima volta ero uno straniero. Seppure lei fosse mia nonna, seppure avesse avuto il tempo per conoscermi, per mandare a memoria i miei lineamenti, io ero uno straniero. C’è un capriccio sinistro in noi. Non è l’aspetto, il colore della pelle, il passato, la giacca, il cognome; è la casa che ci fa stranieri.

.

Emanuel Carnevali, Tratto da GIORNO D’ESTATE
A Waldo Frank

Tutti i miei giorni
sono in questa stanza,
si accalcano contro di me.
So quello che ho fatto, fatto male, sbagliato, frainteso,
quello che ho dimenticato, trascurato,
e ho perduto la mia giovinezza.

Tutti mi conoscono,
nessuno si meraviglia di me;
mi hanno assegnato un posto nel loro cervello,
mi hanno rimpicciolito e impacchettato
per gettarmi in un minuscolo
sporco angolo del loro cervello.

Tutti i miei giorni si affollano
contro di me; la mia giovinezza
non è che rimpianto e follia –
Follia…Cristo! Non sono ancora vecchio, non importa
ciò che vi ho detto, ciò che sono stato!
Non sono irreparabilmente compromesso,
non sono ancora perduto –

Per carità
lasciatemi libero!
Per carità
lasciatemi andare
con la mia giovinezza!

Ah, i vecchi giorni si affollano
contro il mio petto
tanto che il gran gesto liberatore
è impossibile.

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3 commenti
  1. elina ha detto:

    è una pagina davvero bella
    mi colpisce e condivido questo punto
    “Io so che il mestiere dell’uomo è reinventare ogni minuto il proprio passato, inciderlo e sbalzarlo con la perfezione di un artigiano”

    la memoria oltre che di occhi attenti necessita anche di re-invenzione

    un caro saluto
    Elina

    • Andrea Pomella ha detto:

      Elina mi permetto solo di aggiungere questo: la memoria privata necessita di reinvenzione, la memoria pubblica di onestà. Un saluto anche a te.

  2. “la memoria privata necessita di reinvenzione, la memoria pubblica di onestà.”
    questa me la prendo, perchè sia il succo della scrittura.

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