Quattro colpi sul muro di confine

Il mio vicino di casa è disturbato dal rumore scrosciante dell’acqua della doccia. Tra me e lui c’è una parete, o forse molto più di una parete. È un uomo anziano, una volta mi ha fermato sulla soglia dell’ascensore, aveva gli occhi invasati e parlava mordendosi ripetutamente le labbra, ripeteva che io non ho colpa di niente e che i veri responsabili di questo disastro sono i proprietari dell’appartamento che ho preso in affitto. Ma io so che il mio vicino di casa non sopporta niente di quello che faccio. Qualche giorno fa i nostri sguardi muti si sono incrociati da dietro i vetri delle rispettive finestre, lui indossava una canottiera bianca, aveva due borse profonde sotto gli occhi, il suo rancore aveva qualcosa di struggente. Si capisce che mi odia, odia senza conoscere niente di me, odia per partito preso, perché l’odio a volte sembra l’unica cosa che rimane al corrente di noi dopo che tutto il resto ha deciso di ignorarci, l’odio è la più profonda tra le ferite che quest’uomo porta aperte sull’addome. La notte, quando mi distendo sul letto impugnando un libro e osservo la parete di fronte, mi viene da pensare a lui, ha la testata del letto appoggiata sull’altra faccia di quella stessa parete, se non ci fossero muri a questo mondo potrei sentire il respiro del suo sonno agitato, e perfino i rumori sgradevoli del suo ventre. Nonostante i muri che edifichiamo, che ci piaccia o no, siamo partecipi delle peggiori complicità. Adesso è arrivata l’estate, così dormiamo entrambi con le finestre aperte che cercano di catturare il fresco profumo delle notti. Così, se un uccello notturno sospendesse per un momento il suo volo in prossimità del nostro triste condominio e scrutasse coi suoi tremanti occhi d’uccello dentro quelle due finestre, adocchierebbe due uomini uguali e contrari, entrambi così insicuri, entrambi confortati dal fatto che tra loro non c’è via di comunicazione, che l’unico modo per dialogare, quando la misura è colma e lo strazio indifferibile, sono quattro minacciosi e torvi colpi, quattro, menati a pugno chiuso, su un muro di confine.

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Bertolt Brecht, LA MASCHERA DEL CATTIVO

Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese
La maschera di un demone cattivo, dipinta con la lacca d’oro.
Pieno di compassione vedo
Le gonfiate vene frontali, segno di
Quanto è faticoso essere cattivo.

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