Tutti alla corte di Caravaggio

 

Unione Sarda. 16 giugno 2010, Pag. 40 – Se c’è un artista di cui, più di tutti, si sente parlare nell’anno in corso, questo è senza dubbio Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Non che le attenzioni del grande pubblico e della critica, in questi ultimi decenni, siano mai venute meno. Tanto oscuro e profondo, infatti, fu l’oblio e il rifiuto in cui il suo nome cadde per secoli dopo la morte – di cui proprio quest’anno ricorre il quarto centenario – quanto magnificata e celebrata è stata la sua arte dagli studiosi dell’epoca contemporanea, a partire da Roberto Longhi, ossia lo storico dell’arte che prima di ogni altro lo ha riscoperto e ne ha reso nota la grandezza.

“SCADENTE” – Il motivo è presto detto. La sua pittura fu fin dal principio rivoluzionaria e innovativa, la cruda immediatezza dei suoi dettagli mal si accordava col clima culturale della Roma negli anni a cavallo tra Cinque e Seicento. Il suo biografo, il Baglione, non esitò a definirlo «pittore scadente», addirittura nel 1642 – deprecandolo come pessimo esempio per le nuove generazioni artistiche – arrivò a scrivere: «Presso alcuni si stima aver esso rovinato la pittura, poiché molti giovani ad esempio di lui si danno ad imitare una testa del naturale, e non studiando ne’ fondamenti del disegno e della profondità dell’arte, solamente del colorito appagansi, onde non sanno mettere due figure insieme, ne’ tessere istoria veruna».

Un simile giudizio tranchant, unito alla dubbia fama di cui godeva la sua biografia, ne fecero immediatamente un soggetto da relegare ai margini della storia dell’arte. Ma furono proprio le innumerevoli risse, i ferimenti, gli scandali di cui Caravaggio si rese protagonista in quel clima secentesco dello spagnolismo, dei “bravi”, a costruirne il mito e ad annoverarne il nome tra i “maudit” dell’era moderna.

La spregiudicata passione di uomo che egli riversava nella pittura, i lampi furibondi di luce, la concretezza disturbante dei suoi soggetti, non potevano affabulare il pubblico e la committenza del secolo barocco. Occorreva che una nuova modernità si facesse carico di ribaltare la prospettiva dell’arte, che mettesse da parte l’enfasi e la maniera e muovesse decisamente verso la verità delle cose. Da qui la riscoperta, che è datata agli inizi del XX secolo, ma i cui embrioni possono essere rintracciati almeno due decenni prima, risalendo a Paul Verlaine e alla nozione romantica di “poeta maledetto”, laddove l’uomo di genio che rigetta i valori della società in cui vive, conducendo stili di vita provocatori e pericolosi, producendo opere di difficile comprensione, finisce per bruciare se stesso prima ancora che al suo talento venga riconosciuto il giusto valore. Insomma, il ritratto tout court del Caravaggio.

MITO E LIMITE – Sappiamo bene, tuttavia, come il mito dell’artista maledetto, oltre a portare tanta fortuna al genio lombardo, ne abbia anche fortemente limitato la giusta comprensione, fino a diventare quasi uno stereotipo collaudato. Pochi rammentano, ad esempio, che il Caravaggio era un uomo profondamente religioso, legato a quell’ala filopauperista della Controriforma che auspicava un ritorno della Chiesa alla sobrietà delle origini.

Questa sua religiosità è ben testimoniata da opere come il “San Francesco” della Chiesa dei Cappuccini a Roma, o dalla “Madonna dei Pellegrini”, celebre per quei “piedi fangosi” ritratti in primo piano che tanto scalpore suscitarono tra i suoi contemporanei e per la novità inaudita della Vergine raffigurata nelle vesti di una popolana, per la quale, probabilmente, posò nientemeno che una prostituta.

Recenti studi hanno dimostrato tuttavia che Caravaggio non era affatto povero. I suoi dipinti avevano quotazioni molto elevate ed esiste addirittura un documento che ne attesta il conto in banca. Ma i colpi al luogo comune del maudit non finiscono qui. Caravaggio non era un incolto, a Roma frequentava poeti, aveva una nitida conoscenza della scultura classica e la sua iconologia appare ricca di riferimenti dotti. Insomma, la sua immagine pubblica, alla luce di uno sguardo accorto e non superficiale, ne esce fortemente ritoccata.

LA MACCHIA – Certo, rimane l’accusa di omicidio. Ogni resoconto della sua biografia, infatti, non può prescindere dal delitto di cui si macchiò, l’omicidio di Ranuccio Tomassoni avvenuto a seguito di uno scontro, pare, per la supremazia su una prostituta, l’evento da cui scaturì la fuga da Roma e un’odissea senza fine sulle rotte del Mediterraneo, dalla Sicilia a Malta (dove lasciò uno dei suoi massimi capolavori, la “Decollazione di San Giovanni Battista”, l’opera in cui suggellò la sua firma autografa nel rivolo di sangue che scaturisce dal collo del Battista) e poi di nuovo su, fino alle coste toscane, in attesa di una grazia dalla pena capitale, grazia che arrivò, ironia del destino, solo dopo la sua morte, avvenuta il 18 luglio del 1610 sulle spiagge di Porto Ercole.

Ci sono cose, dunque, ben note e altre meno note agli appassionati dell’ egregius in urbe pictor (come è celebrato Caravaggio nel contratto per la “Conversione di San Paolo” e il “Martirio di San Pietro” per la cappella Cerasi), sia che essi appartengano al pubblico colto e ben introdotto negli universi simbolici del pittore lombardo, sia che facciano parte di quel turismo culturale di massa che spesso viene attratto dalla “Mostra-Evento” piuttosto che essere mosso, magari, dal piacere intellettuale o da un reale interesse scientifico.

LE MOSTRE – E dire che le “Mostre-Evento” dedicate a Caravaggio in questo 2010 non sono mancate. A partire dall’esposizione dedicata a un inedito incontro tra il maestro lombardo e Francis Bacon (di cui lo scorso anno ricorreva, invece, il centenario dalla nascita), allestita alla Galleria Borghese e conclusasi nel gennaio scorso, e proseguendo con la straordinaria monografica alle Scuderie del Quirinale di Roma, che ha chiuso i battenti domenica con numeri da record e una media giornaliera di oltre 5.000 presenze.

E ancora, “Caravaggio e i Caravaggeschi”, in corso fino al 15 ottobre presso la Galleria Palatina e la Galleria degli Uffizi di Firenze. Senza dimenticare le innumerevoli iniziative legate all’anniversario sparse in Italia e nel mondo. Tra queste vanno ricordati due grandi convegni internazionali di studi: “Caravaggio e la musica”, in programma alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano il 29 settembre 2010 e che si chiuderà con un concerto di musica rinascimentale presso il Conservatorio della città, e le tre giornate di studi previste in autunno a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, dal titolo “Caravaggio e i Caravaggeschi, tra sacro e profano – Dalla pittura ‘etica’ alla scena di genere”, organizzate dal Comitato Nazionale per il IV centenario della morte di Caravaggio.

Ad accompagnare un anno così denso di eventi caravaggeschi non poteva mancare una fioritura di pubblicazioni editoriali ad hoc. Tra queste va segnalato il volume “Da Caravaggio ai Caravaggeschi” (Cam editrice), curato da Maurizio Calvesi e Alessandro Zuccari, che raccoglie diciotto saggi inediti scritti da importanti studiosi e che ha il pregio di portare alla luce alcune novità rilevanti emerse durante gli ultimi studi e che riguardano la biografia, la committenza e l’attribuzione di alcune opere dell’artista. Ma Caravaggio finirà anche a teatro, con “L’inventore del Nero”, uno spettacolo composto da video, musica, danza e recitazione, con le coreografie di Raffaele Paganini e le musiche originali di Luis Bacalov.

ANDREA POMELLA

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