Le rughe di Steinbeck

22 giugno 2010

Un tempo, per delle estati intere, mi perdevo con gli occhi e con la mente nei panorami assolati della Salinas Valley, o trasognato a immaginare i maestosi bastioni dell’Arizona e la pianura del fiume Colorado a cui vanno incontro i Joad dopo aver abbandonato le loro terre nell’Oklahoma ed essersi messi in viaggio su un autocarro diretti verso l’Ovest d’America. Dicevano anticamente le vecchie donne che c’è un muro da qualche parte attraverso il quale, appoggiando l’orecchio alle sue fessure, si sente l’eco dell’aldilà. A me bastava schiudere lentamente le pagine di un libro di Steinbeck per affondare con tutti i sensi in un cosmo di umanità e di dolore, di legami di sangue, in cui la terra è una parte del corpo umano, come le mani, come il sudore. Ho amato disperatamente i personaggi di Steinbeck, ho amato disperatamente il gesto di Rosa Tea che conclude Furore e che ritengo il più grandioso finale di romanzo di tutti i tempi, e ho amato ne La valle dell’Eden la saggezza del servitore cinese Li e la degenerazione di Cathy che abbandona il marito e i figli appena nati e si trasferisce in città per lavorare in un bordello. Quando mi è stata data l’occasione ho voluto guardare una fotografia dell’uomo la cui immaginazione aveva prodotto personaggi tanto vividi e umani, eppure colossali come figure bibliche. Credo che bisogna farlo, necessariamente, quando si ama tanto uno scrittore, perdersi nelle pieghe del suo volto, cercare nelle rughe sghembe che ne formano l’espressione la matrice di tutte le invenzioni, e poi osservarne la luce negli occhi, come scrutando in una lampada rotta che illumina il passaggio dei fantasmi. Io, studiando una fotografia di Steinbeck, ho fatto tutti i mestieri dell’uomo.

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8 Risposte to “Le rughe di Steinbeck”


  1. per me è stato l’inizio Steinbeck, l’inizio della mia scrittura e della fantasia. avevo 13/14 anni quando iniziai a leggerlo e credo di aver letto tutto, tutto il possibile
    a volte gioco ancora a dati con di Pablo, Gesù Maria o Johnny Pom Pom.
    un abbraccio Andrea.

    • Andrea Pomella Says:

      E cerca di giocarci ancora a lungo Natàlia.
      Ricambio l’abbraccio.


      • che poi volevo scrivere che “gioco a dadi” 🙂
        ma va bene così, ho sempre il vizio di premere “invia” senza rileggere le mie parole.
        certo che un bicchiere di vino caldo con i paisanos stanotte non sarebbe affatto una cattiva idea.
        ancora ciao Andre.

  2. Andrea Pomella Says:

    Be’ sì, era evidente che si parlava di dadi, è con i dadi che devi continuare a giocare a lungo.

  3. manodiangelo Says:

    Io non ho mai letto nulla di Steinbeck,ma a questo punto mi spingi per curiosità.Quello di cui tu parli, l’ho fatto anch’io cercando nel volto della Yourcenar o di Tolstoj ad esempio, una risposta o una conferma alla mia ammirazione che non potevo esprimere in altro modo(sarebbe bello quello che diceva Salinger, mi sembra, a proposito dei classici).Pensa che il volto che io ho sempre trovato straordinario è quello di uno scrittore che non mi ha mai affascinato più di tanto, cioè Beckett

  4. Sandra Says:

    Erano i primi anni ’70, alle superiori. Un insegnante supplente di letteratura, in deroga al programma ministeriale, ci avvicinò alla letteratura americana. Una rivelazione! Sui libri di Steinbeck mi sono emozionata, ho pianto e ho riso, ho conosciuto l’umanità vera, con le sue miserie e le sue grandezze, il dolore e la leggerezza. Anch’io ho amato disperatamente (è la parola giusta) i suoi personaggi. Fanno parte di me, sono stati compagni preziosi nel viaggio dall’adolescenza all’età adulta.
    Le tue parole, hanno risvegliato emozioni profonde. Grazie di cuore.

  5. guido mura Says:

    Appartengo alla generazione del dopoguerra, quella che comprava la Medusa o i libri del pavone (più economici). Steinbeck è stato per me un punto di partenza, come Faulkner o i più commerciali Caldwell o Caine; ma poi ho sovrapposto altre esperienze, in cui le convenzioni del realismo si utilizzavano per descrivere realtà logicamente alternative (Kafka, Landolfi, Calvino, Beckett, per non parlare dei maestri ottocenteschi del fantastico e del grottesco, da Hoffmann a Poe ecc.)
    Mi pare che il gusto attuale si stia orientando verso la cronaca, dimenticando la narrazione libera da schemi che era il punto di arrivo del Novecento.
    Il fantastico viene così relegato nella letteratura di genere e di consumo.
    Se continua così, ci adegueremo tutti allo spirito di cupo realismo che ci sovrasta, perché meglio riflette le angosce del lettore di oggi, quando non decide di vagare, in totale disimpegno, tra gnomi e vampiri.
    Steinbeck era, come tutti i grandi narratori, al di là di queste contrapposizioni, e riusciva a mescolare ingredienti realistici e fantastici in maniera mirabile. La storia della fattoria Battle dei Pascoli del cielo è uno dei più perfetti racconti fantastici che ho avuto la fortuna di leggere.

    • Andrea Pomella Says:

      Caro Guido, temo come te “lo spirito di cupo realismo che ci sovrasta”, e tuttavia credo che il tuo timore si fermi (per fortuna, mi viene da aggiungere) ai confini italiani. Ne ho parlato nel post del 24 giugno, si intitola “La pastura”, se ti interessa vagli a dare un’occhiata. Fuori dall’Italia la narrativa d’invenzione gode di ottima salute, mentre qui da noi non c’è quasi più narrativa se non c’è cronaca, e se è cronaca dialettale è ancora meglio. La chiamano “non fiction novel”, per non perdere lo straordinario appeal che la parola “novel” ha sui lettori, e ancor di più – devo dire – su chi scrive.


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