Adam Haslett, dove i sogni muoiono d’inerzia

Non ricordo perché un bel giorno di sette anni fa, di punto in bianco, presi la decisione di leggere Il principio del dolore di Adam Haslett. Non so se a suggerirmelo fu una recensione letta in qualche pagina culturale, o se mi lasciai convincere dall’incontro fortuito con l’incipit del primo racconto di questa raccolta. Quello che so per certo è che rimasi folgorato dalla prosa di questo giovane scrittore americano di padre inglese che ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza tra il Massachusetts e l’Inghilterra. E a giudicare dalla valanga di premi e di critiche entusiastiche (qualcuno arrivò perfino a paragonarlo a Beckett ed Eliot) che in quel 2003 si riversò sul nome di Haslett, capii presto che la mia ammirazione per lui faceva parte, in giro per il mondo, di una numerosa compagnia. Ciò che mi colpì delle nove storie della raccolta fu l’incredibile maturità della sua scrittura, dotata di una classicità livida, che non aveva nulla a che fare con certi sperimentalismi di cui in quegli anni si nutriva la giovane letteratura americana, ma che si fondeva a meraviglia con i temi dell’incomunicabilità e del deterioramento esistenziale. Ho atteso così per sette lunghi anni che Haslett tornasse con le sue cupe e meravigliose storie. Seppi, tempo fa, che aveva deciso di cimentarsi in un romanzo, ma che la stesura andava per le lunghe. Quel romanzo oggi è sugli scaffali delle librerie, si intitola Union Atlantic, e in Italia è stato pubblicato da Einaudi. Si tratta di un grandioso affresco sull’America strangolata dall’attuale crisi finanziaria e sull’eterna lotta fra spregiudicatezza e senso morale. Qui da noi il libro è uscito senza clamore nel marzo scorso, e data la capacità tutta italiana di snobbare la grande letteratura, quella che con merito rischia di sottrarre spazio e ribalta alle miserabili prove d’autore delle piccole belve di casa nostra, la cosa non mi ha lasciato affatto sorpreso. Del resto, come si legge in un passaggio tratto da Il principio del dolore, “Non è da tutti scalare le alte vette dell’invenzione pura. Ad alcuni – come a questi – tocca accontentarsi dei bassipiani, dove l’aria è satura di mezze misure e i sogni muoiono d’inerzia”.

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6 commenti
  1. … Il tuo scritto mi ha incuriosito e perciò oggi, grazie a te, mi regalo questo libro. Buona giornata

    • Andrea Pomella ha detto:

      Buona lettura Caterina, poi fammi sapere che ne pensi.

  2. piero ha detto:

    seguo sempre il tuo blog anche se non ho mai commentato: oggi lo faccio perché anche io anni fa rimasi colpito dal libro di haslett, per me molto bello. vado subito a comprare il nuovo. un saluto

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ciao Piero, grazie per la fiducia.

  3. mariagrazia ha detto:

    E’ la prima volta che rispondo ad un blog, e ciò che mi muove e l’aver incontrato, stasera, per caso, qualcuno che descrive esattamente quel che penso silenziosamente da anni di un autore che fino ad un attimo fa credevo sconosciuto ai più. Lei penserà:”ma questa dove vive?”. Nella “nostra” Italia. Ma vede, questo strordinario autore avrei voluto incontrarlo facilmente in libreria, o nelle recensioni di qualche giornalista e non come mi sono decisa a fare stasera digitando il suo nome su google, per vedere, anch’io dopo sette anni di attesa, se esistesse ancora. Se non fosse stato un miraggio. O ancor di più per avere la conferma definitiva di essermi sbagliata rispetto all’idea e alla sensazione profonda di aver trovato la Letteratura ne Il principio del dolore.
    Per fortuna il resto del mondo ha orizzonti più ampi e non disperde i diamanti…certo forse io sono un po’ lenta, ma non sa quanto sono felice di sapere che c’è un suo nuovo libro nascosto in libreria.
    Ah, e che…non mi ero sbagliata.
    Grazie.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Mariagrazia, conosco bene quella sensazione, è la stessa sorpresa che ho avuto io a luglio quando mi sono imbattuto per puro caso in una recensione di Union Atlantic (che, per inciso, era uscito mesi prima qui in Italia senza echi). Confermo, dopo aver letto questo romanzo, quanto di buono pensavo di Haslett, spero solo di non dover aspettare altri sette anni per leggere nuovamente qualcosa di suo. Che poi venga perfino “capito” in Italia, be’, non ci faccio troppo affidamento.

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