Il nostro secolo è meno d’un minuto

9 luglio 2010

La sera, con le prime e fisse luci notturne, mi stendo sul letto, accendo la luce e leggo. Il mio via vai nell’afa ammalata di questa estate torrida è durato tutto il giorno. Se credessi in qualche sorta di dio troverei che questa è l’ora perfetta per pregare, quando le serrande cominciano a rotolare giù, il traffico nel quartiere si spegne, il fioraio dai grandi occhi scuri e dalla carnagione torbida si siede sulla sua seggiola di legno e aspetta qualche innamorato nella notte. Mi sembra di non riconoscere il posto e quando capisco che non posso riconoscerlo perché non è la stanza che ho frequentato anni addietro, non è il quartiere in cui sono cresciuto, non è la casa delle mie intemperanze infantili, la mia ansia trova una ragione per placarsi. Questo posto, prima di me, è appartenuto ai pensieri di qualcuno. In questa stanza si sono distesi due amanti per innumerevoli notti, due sposi forse, o due sconosciuti, altre gole hanno respirato prima di me quest’aria greve, altri lumi hanno fasciato di luce queste quattro pareti, altri corpi si sono riflessi in queste grandi ante a specchio. E ciò che rimane di questi passaggi è un niente idiota e triste. La sovrapposizione degli uomini e dei luoghi confonde il presente. Oltre la vita che si prolunga, oltre ogni mio risveglio mattutino, so già che non ci sarà altro che questa aria e questi specchi, finché qualcuno – molto dopo di me – non deciderà di smantellare tutto. Allora perché mi ostino a voler leggere libri inutili prima di addormentarmi nel vuoto profondo della notte? Perché lascio che la mia vita sprofondi nel disordine delle lenzuola? Se non c’è una sola cosa al mondo che io possa dire “mi appartiene”?

*

Tomas Venclova, NEL BOULEVARD ACCANTO AL MUNICIPIO

Non ti ricordo, ma tutto è come allora:
contatori, bruciaticcio, greve odore di cucina,
crepe nei marciapiedi e un’armata di passeri,
dove l’ingombrante barocco graffia una nube.

Mezzo secolo ormai che, inopportuno,
qui la porta su un universo aprivo
fatto di miserandi avanzi d’infanzia,
plastici, cuscini, indigenza e faenze.

Fra dita incuranti frusciava la biancheria.
Toccai una pelle rossiccia e floscia, disamorato,
e guardai la tovaglia. I giri delle peonie
preannunciavano quell’orto romito

dove sei ora. Ora altra gente è nei caffè.
Per quelli il nostro secolo è meno d’un minuto.
Riluce il boulevard e noi due siamo nel futuro,
e solo manca ciò che non doveva essere.

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