Fine delle trasmissioni

13 luglio 2010

Da bambino l’immagine del traliccio bianco che saliva pieno di maestà, alto e terribile, navigando sulle nuvole e sugli astri, mentre il cielo dietro di lui crollava lentamente, con tutti i suoi angeli e arcangeli, mi atterriva. L’accompagnamento musicale era dato da un brano del compositore fiorentino Roberto Lupi, si intitolava Saturno, e dopo di lui esisteva solo il silenzio della notte. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che il brano di Lupi fosse ispirato agli scritti dello scrittore ed esoterista austriaco Gustav Meyrink, un personaggio singolare vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, figlio illegittimo di un ministro e di un’attrice ebrea e sedotto dalle pratiche dell’occultismo e dello spiritismo. Vero o non vero che fosse, alla fine di quella sigla, dentro la Tv, appariva in sovraimpressione una scritta in corsivo, Fine delle trasmissioni, e da quel momento in poi mi aspettava una strada infinita tutta al buio. Spesso mi sono anche domandato, cercando tra la nebbia del ricordo forse una risposta, cosa ha lasciato dentro gli uomini della mia generazione quel traliccio bianco, e il cupo senso di catastrofe imminente che strozzava la gola e il petto al suo apparire sugli schermi bombati dei nostri televisori. Alla luce degli anni che seguirono, oggi sono convinto che Saturno l’infausto annunciò il compimento della profezia di Pasolini: “È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo”. L’ascesa e l’estasi del traliccio bianco coi suoi rami puliti e taglienti che negli anni Settanta penetrava nelle case degli italiani, sconvolgendo i bambini e terminando con quelle sole tre parole umane che mettevano fine alla messa in onda, era forse il presagio, o peggio, la dichiarazione spietata dell’avvento di una nuova dittatura. Così, quando il traliccio svaniva e rimaneva il cielo nudo, noi restavamo soli – come lo siamo oggi – a credere nel nulla, perenne e immutabile.

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