L’avvelenata di mezza estate

29 luglio 2010

Ogni santo giorno, quando ritorno da lavoro, appena m’arrischio un po’ all’aria aperta, nel tratto di strada che va dal posto in cui ho parcheggiato la macchina al portone di casa, alla comodità e alla sicurezza del nido familiare, mi vengono in mente rancori rimasticati mille volte. Le persone che incrocio sul marciapiede hanno facce astute, pompose, sarà l’aria del quartiere così balorda, così prosaica, così insopportabilmente borghese, questo quartiere con decine di negozi di argenteria e una sola libreria sull’orlo del fallimento. Domenica scorsa ho fatto un giro tra le strade vuote, loro, i figli di buone donne, di questi tempi affollano i resort, raschiano i fondi marini con gli scafi dei loro yacht. Le bancarelle davanti alla SMA erano tutte chiuse. Una sola faceva affari, un tale con la faccia piena di pustole e il culo su un furgone bianco che vendeva divise da lavoro per la servitù domestica della zona, e intorno a lui un via vai di donne e uomini piccoli e tozzi, con le facce da asiatici, che discutevano animatamente sulle taglie e sulla consistenza di quelle stoffe. Qualche piccolo porco in bermuda e mocassino tod’s che portava a spasso il cane, qualche vecchia nazista accompagnata dalla badante a sgranchire le sue ossa di cartapesta. Ed io. Io che mi ripetevo così va il mondo, questi campionari antropici che formano i sistemi di potere, che regolano le società umane, questi maiali che partoriscono guerre, che parlano in nome di Dio, queste biondine di bella famiglia, materialiste e abbronzate, che giocano continuamente a non ridere mai, a fabbricare sui loro corpi sacchetti di pelle per siliconi. Come ci sono finito io in questo posto, in questo mondo, in questo schifo di luccicore, in questa muffa, in questo immondezzaio in cui ogni sguardo è un tentativo di opprimere, di affamare, di calpestare, di annientare? In questa Santiago del Cile, in questa ESMA di Buenos Aires, mi viene in mente che per come sono nato io avrei dovuto essere solo un lavoratore manuale o un soldato. E invece sono meno di niente, solo un rancoroso, un buffone, un presuntuoso, un intruso in casa loro. È da questi particolari che si capisce che non sarò mai un uomo saggio.

*

Piero Ciampi, TRA LUPI

Le mani convulse coglievano tremanti
grappoli d’uva rossa come la sua ferita.
Ferita del cuore per la fame del corpo
ferita del corpo per il dolore del cuore.
Gli occhi stravolti,
le braccia colme,
fuggì per i campi in cerca di un rifugio.
Da una collina vicina
sedute in silenzio per un giusto riposo,
centinaia di occhi scoprirono il furto
e urlarono in coro:
al ladro, al ladro, al ladro…
Egli volse la testa e li mise a tacere,
poi riprese la fuga
ad inseguire la dignità esasperata.

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9 Risposte to “L’avvelenata di mezza estate”


  1. certe volte quando scrivi, mi viene solo da ringraziarti.

    un saluto

    g.

  2. AnimaTonda Says:

    Mi associo al commento del Montieri.

    Glò

  3. pier paolo Says:

    … molto bello il tuo post oggi, però credo che tu oggi ti sia svegliato particolarmente incazzato… cmq lo spaccato del quartiere dove vivi è terribile

  4. Andrea Pomella Says:

    Gianni, Glò, sempre care mi sono le vostre parole (più o meno come l’ermo colle!), grazie ragazzi.

    Pier Paolo, quando ci vieni a trovare ti porto a fare un giro, poi mi dici…

  5. Anna B. Says:

    Forse hanno un’aria astuta per nascondere l’ignoranza, quella di non sapere che un sorriso (dato o ricevuto con spontaneità e semplicità) dona una gioia più grande di quella d’aver soddisfatto la voglia di pomposità! Poveri loro…

  6. manodiangelo Says:

    E perché mai non sarai un uomo saggio?Che gli uomini saggi non avranno anche loro cinque minuti di santa indignazione?certe volte io mi sento come il protagonista della venticinquesima ora di Spike Lee nella bellissima scena del’invettiva…
    Mi è piaciuta quella cosa delle donne che non sorridono mai, quelle che se la tirano…io non le sopporto

  7. maria Says:

    C’è proprio da chiedersi come siamo finiti qua, in questo mondo…grazie Andrea

  8. Paola Says:

    Quand’ero piccola avevo soggezione delle persone ricche, mi vergognavo della macchina di mio padre e della casa modesta in cui abitavo. Adesso non so perchè, ma sono così orgogliosa del poco che ho, e provo pena per le persone che descrivi, perchè non sanno quale immensa soddisfazione c’è nel raggiungere qualcosa che hai desiderato tanto, perchè è gente che ha tutto gratis, probabilmente senza merito e senza fatica. E’ che a me piace sognare, e quidi desiderare, guai se mi mancasse la materia prima dei miei sogni, il desiderio.

  9. giorgio Says:

    Grazie Andrea per la tua riflessione. Mi hai commosso. Ho letto poi i commenti al tuo scritto e mi sono ritrovato ancora di più in una bella compagnia.
    Io sono nato povero e poi tramite il lavoro ho raggiunto un certo benessere: sono riuscito ad avere la casa di proprietà e una buona pensione. Sarà stato che ho vissuto storicamente l’epoca del ’68 e frequentato e conosciuto i ricchi che non mi sono mai sentito povero. Ho visto più sofferenze e problemi tra gli amici ricchi che tra quelli poveri…sarà stato come sostiene Paola che c’era da soddisfare i sogni, ma non ho mai invidiato nessuno e perseguito un riscatto sociale, che era frutto anche delle lotte storiche che hanno attraversato tutto il secolo scorso.
    Proprio frequentando e conoscendo i ricchi che non mi sono mai sentito povero: ho scoperto che la vera ricchezza è avere la cultura e una ricchezza spirituale che aiuta a costruire e vivere una qualità della vita, che travalica il possesso materiale di beni fisici.
    Un ideale che avevo era quello di diventare un ‘vecchio saggio’, non so se ci sono riuscito; però concordo con quello che ti ricorda manodiangelo: abbiamo tutti bisogno di indignarci e il diritto di non sentirci a proprio agio tra persone che non comprendiamo o meglio rifiutiamo.
    Grazie ancora.


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