La luce interna che mi occorre per vivere

12 agosto 2010

Le spiagge estive non sono il posto ideale per quelli come me. Ho smesso di frequentarle da molto tempo. Quando ci vado è perché non posso farne a meno, perché qualcuno ha deciso per me che bisognava andare, o perché in certi giorni i balconi non sono luoghi abbastanza freschi e silenziosi. I grandi assembramenti umani che si ritrovano sulle spiagge in questa stagione mi mettono a disagio. Non riesco a starmene inclinato su un fianco col petto gonfio a sbuffare e a fissare la risacca. Non riesco nemmeno a bere una bibita e a fare quattro chiacchiere in santa pace. Ho sempre sospettato che il mio problema più grande fosse un’insana avversione per la leggerezza. Ma due giorni fa accanto al mio ombrellone c’era una famiglia di olandesi straordinariamente grassi. Il loro totale abbandono mi metteva in imbarazzo. Ho cercato di immaginare l’uomo con la pancia che debordava sullo slip nero in una qualsiasi delle sue normali attività umane. È un gioco che riesco a fare spesso, eppure in quel momento non riuscivo a immaginare niente del genere, l’unica maniera in cui l’uomo si lasciava contemplare era in quella sua forma materiale e selvatica, nel suo quintale e mezzo di carne cotta al sole, come se la curva della sua schiena, la sua fissità imbolsita, fosse una parte naturale del paesaggio. Così la mia naturale avversione per la leggerezza aveva trovato la sua eccezione. Le mosche che volteggiavano intorno alla sua testa e sulle braccia nude sembrava non gli dispiacessero, la sua pelle non avvertiva il pizzicore dei moscerini. Ho avuto una buona ragione per invidiarlo. Poco fa leggevo dei versi di Mia Gallegos: “Cerco l’intensa riflessione: / quella dei libri amici, / la luce interna che mi occorre per vivere”. Forse sulle spiagge estive c’è troppa luce, così finisce che dentro di me rimane solo ombra.

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6 Risposte to “La luce interna che mi occorre per vivere”

  1. fernirosso Says:

    al contrario di te,ho riflettuto partendo dal buio.Sono stata a Villa Betrice,sul Gemola, un luogo costruito per il ritiro di Betrice d’Este. L’altra sera era una piccola bolgia,senza troppo colore, solo una confusione diffusa.Poco oltre il giardino, sul prato,alcuni astrofili mostravano gli occetti che ci accompagnano nel nostro viaggio,quello a cui nessuno sembra mai dare attenzione,anche se è in quel posto che si svolgono le nostre piccole esistenze,le resistenze di cui, al cosmo, sembra fare un baffo.C’era Giove, in una vertigine di buio, con i suoi pianeti,ed era luminosissimo, in quella notte che non ha misura, in cui la luce s’infiltra e s’infittisce, onda su onda, per mostrarsi,dopo essersi spenta.ferni

  2. fernirosso Says:

    oggetti,non occetti…forse sono stata contaminata!

  3. Andrea Pomella Says:

    Magari Ferni scriverò un post contrario a questo, in effetti ci pensavo qualche notte fa a compilare un elogio del buio.

  4. fernirosso Says:

    Ci sono esempi straordinari di elogio del buio o comunque di viaggiatori del buio, travastao in parole che per molto tempo e,alcuni(persino Dante,così tanto letto e studiato) ancora oggi oscure.f

  5. Isa Says:

    Alla luce come al buio é la ‘luccicanza’ delle anime come la tua, Andrea, che fa la differenza. In fondo, solo calandoci in noi stessi diventiamo pienamente parte del fluire della realtà che ci é intorno. Tutti sanno guardare, ma, é quella ‘luce interna’ che ci permette di vedere.
    Grazie Andrea, vedere attraverso la tua luce é sempre una eccezionale contemplazione…
    Isa

  6. francesca Says:

    ognuno, nei post, ci legge quello che vuole… più che luce e buio io ci ho letto o forse cercato (e trovato) l’avversione per la leggerezza. E poi il non sentirsi, proprio malgrado, parte “naturale” del paesaggio; la percezione di essere spettatore e non protagonista…

    un’avversione consapevole un po’ naturale, un po’ ricercata, che attraverso i nostri occhi sceglie la luce e ombra… cosa illuminare o cosa celare.

    e ancora una volta, alla ricerca di un rifugio ci si imbatte nelle pagine di un libro…


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