La grazia o il tedio a morte del vivere in provincia

23 agosto 2010

È un sabato mattina e cammino nella via centrale di un piccolo paese del centro Italia. Mancano cinque minuti all’una, le strade si svuotano come nell’imminenza di un coprifuoco. Da un vicolo laterale risuonano i passi veloci di un uomo in fuga. Ha le braccia ingombre di grosse borse dalle quali trabocca merce di ogni tipo. È un ivoriano, o un senegalese, o un nigeriano, o più genericamente un “marocchino”, perché marocchino in questo paese è chiunque abbia la pelle scura e faccia di professione il venditore ambulante. L’uomo in fuga imbocca la via centrale, la percorre per qualche decina di metri, poi svolta in una stradina laterale. In quel momento spunta il suo inseguitore. È un carabiniere sulla trentina, le suole delle scarpe inadatte alla corsa di mezzofondo risuonano sull’acciottolato, ha una pistola in mano e insegue il fuggitivo come se ne fiutasse l’odore nell’aria. Dietro al carabiniere, sempre di corsa, arrivano quattro ragazzotti con i visi congestionati dall’eccitazione, le magliette attillate sulle braccia, le scarpe Hogan, Prada, Gucci. Hanno il fiato corto, non sono loro le vittime del reato di cui forse si è reso colpevole l’uomo in fuga. Loro hanno trovato l’occasione per una battuta di caccia veloce, una preda facile da inseguire, una lepre nera da abbattere a colpi di bastone. Ma il grasso delle loro placide esistenza gli spezza il respiro dopo pochi metri, e se ne tornano indietro radunando l’aria nei polmoni. “Gli doveva sparare alla schiena” è il commento di uno dei quattro, “marocchino schifoso” dice l’altro, gli occhi scuri e dolci ancora da bambino, le ciglia lunghe e leggermente incurvate, il cuore già per metà mangiato dalle mosche dell’odio. Fra cinque minuti, all’una in punto, ciascuno di loro siederà alla tavola di casa, dove una madre di sentimenti semplici servirà un piatto di pasta fumante, gli passerà una mano sulle guance raccomandandogli di mangiare tutto, fino all’ultimo boccone. Nel petto avranno ancora i battiti accelerati per l’emozione di aver contribuito alla questione fondamentale della sicurezza nelle strade, nei quartieri, nelle città d’Italia, di aver indicato a un carabiniere una schiena su cui sparare. La strada nel frattempo si svuota, restano i cartoni davanti agli ingressi dei negozi, l’odore di fritto e di spazzatura, il silenzio raggelante che cade a picco insieme ai raggi del primo sole del pomeriggio. Io guardo per un attimo il mio viso riflesso nel vetro di un bancomat. Se fosse il viso di uno sconosciuto gli domanderei, si può sapere cosa vai cercando a un’ora del genere, in un posto come questo, in un’epoca come quella che stai vivendo?

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4 Risposte to “La grazia o il tedio a morte del vivere in provincia”

  1. giuseppebarreca Says:

    La sofferenza di chi conserva ancora un barlume di civiltà in questa Italia a pezzi, dove si ammazza per un nonnulla e dove la violenza viene a volte vista come l’unico modo per risolvere le questioni. Perché non si sa parlare, non si sa dialogare, e c’è l’idea che il più forte ha ragione. Non so se è un ritorno al passato o al futuro…

  2. Leyla Dean Says:

    E’ questa una “filosofia” di vita che prende piede…da qualche anno a questa parte..prima piano e poi ora di è arrivati alle doportazioni “volontarie”….
    Tutto ciò che è nero è marocchino…ma si scordano, e non è poco, che il cuore di tutti è sempre rosso, che anche lui ha dei genitori, una sorella, degli amici…
    Basta questa caccia vergognosa…
    Mi rifiuto di stare zitta.
    Vergogna….

  3. stefania Says:

    Il tuo passaggio fa risuonare nella mente altre parole…passate e, temo, future.

    …Madri feroci, che vi hanno detto:
    Sopravvivete! Pensate a voi!
    Non provate mai pietà o rispetto
    per nessuno, covate nel petto
    la vostra integrità di avvoltoi!…

    Grazie, Andrea, per questa tua capacità di fornirci sempre con la “levità” della tua scrittura argomenti di riflessione profonda.

  4. IGNOMINIA Says:

    how do you do it? “l’odore di fritto e spazzatura ” dice tutto, dipinge l’atmosfera di uno squallore agghiacciante.


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