Qui non c’è mitologia

26 agosto 2010

Il fatto è questo: mi sveglio alle cinque del mattino con la gola che arde dalla sete, il collo bagnato di sudore, la testa che gira e scoppia, da uno degli appartamenti confinanti arriva il rumore dei bicchieri, una stoviglia rotta. Sollevo le spalle e mi metto a sedere sul letto, prendo il cellulare e premo un tasto a caso, quel tanto che serve a fare un po’ di luce. La stanza è bollente come l’inferno e io odio il caldo, lo odio visceralmente, il caldo mi toglie l’acume, il sonno, la ragione. Giro un po’ per casa, accendo la luce del soggiorno e rimango immobile a guardare la brillantezza fredda delle pareti bianche, abito qui da sei mesi e non ho ancora attaccato un solo quadro. Le case alle cinque del mattino hanno tutte il medesimo aspetto, sono cavità vuote come grotte preistoriche in cui stenti a immaginare le ore di qualcuno che ci ha vissuto. La stessa stanza fra tre ore sarà viva. Faccio una doccia, mi rado davanti allo specchio, faccio colazione e scendo in strada, cammino un po’ con la busta della spazzatura. Sul marciapiede incontro un tale con la faccia devastata dalla stanchezza, ha un paio di jeans e una polo blu, forse ha staccato da poco dal turno di notte, nelle sue orbite estranee c’è un’immensa fatica. È un essere vuoto, nient’altro che questo. Poi salgo in macchina, abbasso i finestrini per far uscire l’odore rancido di chiuso, metto in moto e vado a lavorare. In tutto questo non c’è mitologia, non c’è epica, non c’è niente di interessante, niente che valga la pena di essere raccontato. Quanta muta umanità transita ogni giorno per questi alvei senza gloria? È davvero tutto così estraneo alla letteratura?

*

Geir Campos, COMPITO

Mordere il frutto acerbo e non sputare
ma far sapere agli altri quanto è acerbo,
stringere il patto ingiusto e non tradirlo
ma far sapere agli altri quanto è ingiusto,
subire i falsi schemi e non crollare
ma far sapere agli altri che son falsi;
dire però che questo può cambiare…
E quando in molti pulserà l’idea
del falso e ingiusto e acerbo da cambiare –
agli esausti consegneremo il piano
di un mondo nuovo e molto più umano.

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5 Risposte to “Qui non c’è mitologia”

  1. betrayYou Says:

    eppure io mentre ti leggevo vedevo momenti di vita.

    la vita l’hai raccontata e pure bene ed è valsa la pena tu l’abbia fatto. E a me è piaciuta leggerla.

    anche i momenti all’apparenza inutili o sofferti hanno qualcosa da raccontare al mondo. Nulla dovrebbe andare sprecato, appendi qualche quadro al muro e avrai qualcosa da raccontare anche solo guardando quei dipinti.

    Ciao

    • Andrea Pomella Says:

      L’interrogativo finale, in realtà, vale per me come una domanda retorica. Vado a cercare un quadro… Ciao, grazie.

  2. IGNOMINIA Says:

    wow, bello. Hai reso benissimo il disagio, il vuoto del tran tran quotidiano, la mancanza del baluginio lontano di qualsiasi ragione per tirare avanti. Mi ricorda di anni fa, quando l’entrare al lavoro disturbava il mondo interiore che mi coltivavo fra l’estirparmi dai sogni e il coltivarne il ricordo in doccia, sull’autobus, camminando verso la prigione in cui avrei passato le prossime 8 ore. Firmare il cartellino era una violenza al mondo che volevo inabitare. I miei muri sono senza quadri da 4 anni ma perchè se attacco qualcosa ora lo spazio si riduce e mi soffoca. C’è qualcosa di vergine in un muro bianco e alla possibilità che il vuoto sia una promessa da esaudire.

  3. Gabriele Says:

    Dunque, avevo ben intuito – anche dal solo estratto, usato come “bio” – che la parola “mitologia” era stata scelta con una sfumatura connotativa un po’ differente da come stamattina l’ho pensata (e sentita) io.

    Ad ogni modo, a questo punto, ribadisco l’originaria similitudine che azzardai in una delle mie prime menzioni su twitter. C’è in te, o meglio, nel tuo stile ‘affabulatorio’ di scrittura, nel modo in cui ricostruisci il mondo – e/o l’esperienza che ne fai – secondo il tuo personale codice di narrazione, che mi rammenta non poco Peter Handke. In uno dei suoi diari/quaderni d’appunti, “Alla finestra sulla rupe, di mattina”, la quarta di copertina riportava questo pensiero: “Com’è difficile guardare. E non c’è una scuola che lo insegni; ognuno può solo imparare da sé, giorno dopo giorno da capo”. E poi penso alla lezione americana di Calvino sull’-Esattezza-. E penso a certe distillate minuzie descrittive di Margaret Atwood… E penso ad altro ancora.
    Ma perché?, dirai.
    Perché lo “sguardo” di una persona lo si può comprendere (almeno in parte) dal rapporto che ha con la Parola. Sempre Calvino, è lui ad aver scritto che “noi, anche senza saperlo, non vediamo il mondo se non attraverso le parole”. E io suppongo che i limiti del proprio linguaggio siano i limiti, in un certo senso, anche della propria “visione” del mondo (ma ne esistono numerosi altri). Sbaglio o varie branche del sapere scientifico ritengono che l’epifenomeno della “coscienza” sia frutto di un’evoluzione, che nell’uomo è stata possibile grazie agli sviluppi esponenziali del Linguaggio e della Comunicazione?
    Ergo…”È davvero tutto così estraneo alla letteratura?” E’ questa la domanda – da te proposta, seppur in senso retorico – con la quale anch’io allora ho tentato di cimentarmi.
    La risposta, anzi, no, un tassello dell’eventuale risposta è pure nella capacità di cogliere e confezionare dettagli, apparentemente insignificanti, come:
    “una stoviglia rotta”, “la brillantezza fredda delle pareti”, “cavità vuote come grotte preistoriche”, “orbite estranee”… Gadda pensava che la realtà del mondo fosse “barocca”, e che quindi fosse necessario uno strumento altrettanto barocco per poterla descrivere, rappresentare, riprodurre verbalmente.
    Con gli anni, però, questa pratica può portare talvolta (e paradossalmente) a quel “cimitero cognitivo” di cui parlava Emil Cioran nel “Sommario di decomposizione”; si tenta di riempire la realtà con le parole, e viceversa, svuotando alla fine entrambe… Ma mi fermo qui! Era solo per spiegare che così, stamattina, appena sveglio, io ho pensato alla parola “mitologia”. La mitologia, l’effimera cosmogonia intrinseca alla nostra ‘volontà di parola’. Ogni giorno con le parole costruiamo mondi. Mitologie. Miti. Inconsciamente (anche se non del tutto)…

    P.S.
    ci sono anche mattine in cui mi sveglio e vado semplicemente a farmi una doccia (e là non c’è mitologia)

    • Andrea Pomella Says:

      Gabriele, che gran pezzo hai scritto, e che tu l’abbia fatto a margine di un mio scritto mi onora. “I limiti del linguaggio sono i limiti della nostra visione”; dici una cosa del genere tu. E forse senza saperlo sei entrato nella camera segreta di ogni scrittura, o quantomeno della mia scrittura (questo lo so per certo) lì dove ci sono le leve dei comandi, dove luccicano le console. Grazie, davvero.


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