Nostalgia della Suburra

Qualche anno fa il Rione Monti a Roma era la meta preferita delle mie passeggiate. C’è una saggezza nell’ocra dorato che ti fissa fra le vie di questo quartiere – uno degli ultimi, forse l’ultimo di questa città che resiste alle sevizie della contemporaneità – che quando ci cammini in mezzo ti senti piccolo e nudo come un bambino che svela le proprie astuzie a qualcuno più grande e più sapiente. Allora mi mancava tutto, e quel poco che possedevo aveva il sapore acre della sconfitta. Camminavo tra via Urbana e via degli Zingari osservando dal basso i soffitti a cassettoni delle case che si intravedevano dalle finestre aperte, poi mi fermavo al Finnegan in via Leonina a bere una birra con la compagnia muta degli irlandesi. Qualche volta entravo in un negozio di abiti usati, frugavo con una mano nelle ceste ripiene di t-shirt, pantaloni, giacche, maglioni, di tutte le misure, di tutti i colori. Poi mi perdevo ancora in quei piccoli vicoli senza nome dove mi sentivo divorato dalla città, dove nessuna parola riusciva ad afferrare la mia sagoma muta. Solo a Monti mi sentivo in pace, in nessun altro quartiere di questa città consumata dagli orrendi souvenir e dalla merda dei colombi. Sabato sera sono tornato a Monti. Ho cenato in un bel ristorante e ho passeggiato per un po’ dentro le vie della Suburra. Ho guardato nei piatti degli americani, nelle vetrine delle botteghe, negli occhi di due prostitute vecchia maniera che ancora fanno il mestiere nei vicoli, come nei romanzi di Jorge Amado. Passavano i ragazzi, in gruppo, schiamazzando, ed io pensavo che c’è sempre qualcosa che ti fa ritornare nei posti che ami, che siamo come gli animali quando raggiungono le sponde del fiume e lasciano i ricordi nel bosco.

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4 commenti
  1. fernirosso ha detto:

    fortuna che esistono ancora i luoghi,le tracce.Capita che,spesso, siano stati rasi al suolo e non ci sia più nemmeno un segno.L’aria non ha nicchie in cui trattenere gli odori, le voci.E tu,tu sei l’unico che arriva a sfiorarlo, quel muro del pianto

    • Andrea Pomella ha detto:

      Forse trattenere, essere mano e nicchia, è uno dei compiti principali della scrittura.

  2. cerere ha detto:

    Ma cos’e’ questo qualcosa ” che ti fa ritornare nei posti che ami”? Forse come i salmoni, nella risalita delle correnti, disperatamente inseguiamo i nostri ricordi…E’ solo biologia?

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