La Tv se fosse Dio

Spesso, mentre guardo la televisione, penso ad altro. Qualche sera fa però non guardavo la televisione. In casa mia era in corso una conversazione fra più persone, c’era anche la Tv accesa, a volume basso, quasi solo immagini e niente audio, però io non guardavo la Tv, io partecipavo alla conversazione. Eppure a un certo momento io mi sono messo a pensare alla televisione, senza guardarla, ma ci pensavo. Noi uomini del ventunesimo secolo viviamo una condizione paradossale, comunichiamo con i nostri simili attraverso il linguaggio, esattamente come facevano i nostri antenati più remoti, e lasciamo che nel frattempo questo strano dio luminoso ci inondi le retine. Si fa un gran parlare della televisione, i più snob dicono che ne fanno tranquillamente a meno, che la televisione è volgare, che è per le persone stupide, dicono anche che è pericolosa, che obnubila le menti, le trae in inganno, le manipola e se ne serve per scopi commerciali, politici, religiosi. Questo è in parte vero, ma ritengo che non sia questo l’atteggiamento migliore per porsi delle domande su un medium nevralgico della nostra contemporaneità. Non è mia intenzione attuare una difesa della televisione. Dirò soltanto che è una questione di ateismo. I miscredenti come me hanno, credo, il rapporto migliore con questo mezzo. Ne concepiscono la natura assolutamente religiosa, ma al tempo stesso considerano questa sua natura come una costruzione mentale dell’uomo. È perciò sempre l’uomo che decide di sé. Ha scritto Arnheim: “La televisione sarà un esame più rigoroso per la nostra conoscenza. Potrà arricchire i nostri spiriti allo stesso modo in cui potrà renderli letargici”. La maggior parte delle persone, se interpellata su questo argomento, dirà che senz’altro la Tv ha il potere di renderci letargici, ma in quanto ad arricchire lo spirito ce ne corre. Queste sono le stesse persone che, al contrario di me, hanno un atteggiamento fideistico nei confronti del mezzo televisivo, che sono portate a credere a ogni cosa che venga pronunciata in Tv, che non hanno autonomia di giudizio rispetto alle questioni che essa ci pone a getto continuo. Io, qualche sera fa, mentre conversavo, mi sono chiesto quante volte il mio spirito si è arricchito attraverso la televisione, perché trovo affascinante la presumibilità enunciata da Arnheim, e soprattutto perché – da ateo – ho un rispetto sacro del mio spirito.

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7 commenti
  1. io che sono fra gli snob che non hanno la TV parlavo recentemente dell’aspetto da tempio che questa ha nelle case dei più e del fatto di come molti non capiscano come uno faccia a vivere senza… Come se non ci fossero altri mezzi per informarsi. Senz’altro ci sono programmi TV che arricchiscono. Ma è la dipendenza culturale a cui questa assoggetta che mi fa avere dei dubbi sul medium. Non concepire una vita in cui una TV (e chi la controlla) non sia essenziale è ridurre la varietà della vita stessa. Inoltre la tendenza di molti è di prendere la strada più facile, quella di “bere” il messaggio fornito senza troppa analisi. Ma non sono daccordo assolutamente che quelli che obiettano il messaggio TV siano anche quelli meno capaci di opporsi ad esso, anzi è proprio il contrario. E TV e spirito sono cose che per me vivono in universi differenti.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Mi domando spesso perché le critiche che si rivolgono alla Tv non vengano fatte, per esempio, al libro. La Tv viene percepita come un totem granitico che include l’apparecchio televisivo e le sue trasmissioni. Chi critica la Tv, critica in toto l’intera programmazione planetaria, senza fare le necessarie distinzioni. Se si facesse la stessa cosa con il libro, subito giustamente qualcuno ci direbbe che fra “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio” e “Delitto e castigo” c’è una bella differenza. E poi, in generale, chi nella vita fa a meno dei libri non lo espone con orgoglio sostenendo che la sua è una precisa scelta di vita.

      • c’è una differenza basilare sulla percezione dei contenuti fra TV e lettura. Nella prima i contenuti – immagini, slogan, jingles – vengono assorbiti come sono dallo spettatore, le immagini si conficcano nella coscienza senza elaborazione. Nel libro le immagini le crei tu, la tua mente forma la conversione tra parole e significati, tra parole e immagini descritte, c’è compartecipazione. La passività e partecipazione nei due atti sono elementi basilari per la definizione dei due medium.

        E in merito al commento di Prinze, eccellente e sottile, trovo che spesso non si contempli una spiritualità al di fuori dei dogmi e i credo dalle specifiche religioni. Io mi definisco più agnostica che atea, il passo della totale negazione mi è ancora difficile in mancanza di prove per entrambe le opzioni, ma trovo assurdo pensare che la spiritualità sia un’esclusiva dei religiosi o appartenenti a specifiche religioni come trovo assurdo pensare che la moralità sia anch’essa un’esclusiva della chiesa e dei suoi seguaci. Se fosse vero una volta arrivata alla conclusione che non c’è dio, punizione o ricompensa forse mi comporterei in maniera molto diversa da quella che cerco di fare nel contesto morale della mia essistenza, non solo ma mi sarei tolta già lo sfizio di eliminare violentemente parecchia gente… 🙂

  2. Prinze ha detto:

    Ciao
    io penso che esistano due forme di “religiosità”, una che richiede un certo impegno attivo, un’altra che trova -per così dire – minore resistenza nell’individuo, che la accoglie passivamente. Più spesso capita di lasciarsi scegliere dalle cose e si scade così nell’idolatria: è infinitamente più semplice inchinarsi alla statua inerte del Vitello d’Oro piuttosto che mettere in pratica i Comandamenti (che metaforicamente si possono intendere come una pratica virtuosa di vita). La differenza, credo, sta proprio nel concetto di “mettere in pratica”. La religione, così come la tv, diventa “oppio” solo se ci prostriamo ad essa, se ci lasciamo scegliere dalla programmazione anzichè scegliere da noi stessi (il famoso “guardo questo perchè tanto non c’è nient’altro”, dove l’opzione di spegnere e andare a fare altro pare non sia contemplata). Ad esempio percepisco, a proposito di libri e scrittori, ma anche di lettori, un analogo senso di “religiosità” nei confronti della scrittura (propria ed altrui) e dei libri. Ma non è un’idolatria passiva, la scrittura è una pratica religiosa attiva, che ci richiede impegno, pratica, che coinvolge lo spirito e come accade per tutte le pratiche religiose, ci richiede di seguire dei “comandamenti”, delle regole imprescindibili. Questo almeno è ciò che percepisco personalmente, quando riesco a dare corpo ad un testo. Probabilmente anche la tv può aspirare a questo, a diventare un dio un pò meno “pagano” (inteso nel senso di “immanente”, legato alla materialità) e più “misterioso”, problematico. Dacchè ogni problema ci richiede uno sforzo di pensiero e d’azione, al contrario delle soluzioni preconfezionate (diventa famoso! dimagrisci! ringiovanisci! lava più bianco!) su cui troppo spesso la televisione (ma anche certi libri) si basa.
    Ieri sera ho letto – con religioso impegno – il tuo racconto Muro d’inverno. Hai detto di essere ateo, è strano, ho sempre pensato che solo una persona con un grande senso religioso potesse essere in grado di esprimere la dolcezza e la crudezza del mondo in modo così bilanciato e autentico, come chi questa antitesi paradossale l’abbia vissuta davvero in sè.
    Un saluto e complimenti
    P

    • Andrea Pomella ha detto:

      A parte i complimenti per Muro d’inverno, di cui ovviamente ti ringrazio, il resto del tuo intervento mi sembra la sintesi perfetta di quello che è anche il mio pensiero a proposito della “religiosità” dei media. Tu in più hai aggiunto un paio di cose (per esempio la scrittura come pratica religiosa attiva) sulle quali mi riprometto di riflettere più a fondo. Spero di rileggerti presto da queste parti. Grazie.

  3. Prinze ha detto:

    Grazie ad andrea e volevo rispondere a Ingnominia: difatti ho fatto molta attenzione all’uso dei termini, e non ho usato mai “spiritualità” ma solo “religione”. Le parole sono importanti (come diceva Carver, le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste!), non solo per chi scrive, ma per chiunque-penso-voglia comunicare. Diciamo che la religione è il “metodo”, o la prassi, attraverso cui la spiritualità può esprimersi. Parlo da persona che, pur non essendo mai rimasta vincolata ad alcun sistema religioso specifico, ne ha praticati diversi. Il fatto è che la pratica deve essere “onesta”. Cioè il seguire la prassi specifica di quella corrente religiosa (che noi identifichiamo con la “dottrina”, o insegnamento). Il problema è quando la “prassi”, cioè il metodo, pretende di diventare il fine ultimo, e lì si ha il dogma. Faccio un esempio pratico, l’ispirazione che sorge nello scrittore o nel poeta è lo “spirituale”. Se poi questi non si mette a scrivere (seguendo tutte le varie “regole” della grammatica, del genere letterario, dell’eleganza formale ecc), cioè la “pratica religiosa” attraverso cui si esprime la sua spiritualità, questo spirito non si manifesta mai. E quest’ultima cosa penso riguardi anche la questione delle “prove” dell’esistenza di Dio. E’ assurdo, Dio non è qualcosa di “oggettivo” che può essere avallato da prove; è quello spirito di trascendenza che se c’è esiste e là dove non c’è non esiste. Ti chiederesti mai se una tua ispirazione artistica, o un tuo innamoramento, “esistono” veramente e debbano essere provati? No, tu li esprimi e basta, se lo vuoi, e se li esprimi ci saranno, se non li esprimi non ci saranno. Il divino è tra-scendenza, e se la ride delle “prove”. C’è e non c’è allo stesso tempo (si sa, Dio è il paradosso dei paradossi).
    Tutto ciò ovviamente detto dal punto di vista -limitato e limitante quanto vuoi- di chi sta semplicemente cercando, e non pretende di aver trovato ancora nulla (ma chissà se poi c’è qualcosa da trovare, se no pazienza, sarà comunque valso il viaggio… e la compagnia) 🙂

    • La mia non voleva essere una critica al tuo articolo, bensi un’osservazione sulla frase di Prinze che sottolineava come per essere ateo tu fossi pieno di spiritualità. Era a questa comune relazione che una cosa escluda l’altra che obietto, non la tua scelta di parole. Io non sono altrettanto precisa nella scelta dei termini per cui do adito a volte a confusione. Ma non accetto di dare ai religiosi l’esclusiva su profondità di sentimenti, spirito e moralità. Tutto li.

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