Van Gogh, il colore alla conquista di Roma

23 settembre 2010


Unione Sarda. 22 settembre 2010
– Nel ritorno di Van Gogh a Roma dopo oltre vent’anni c’è il senso di una sfida lanciata al passato, al presente e al futuro. Una sfida al passato, ossia alla grande mostra che incendiò Roma con un boom di presenze alla fine degli anni Ottanta; una sfida all’altro grande “maledetto” della storia dell’arte, Caravaggio, di cui quest’anno si è celebrato il quarto centenario dalla morte con numerosi appuntamenti in lungo e in largo nella penisola, anniversario culminato nella grande mostra-evento alle Scuderie del Quirinale a Roma; e una sfida al futuro, quello delle grandi esposizioni nella capitale, messo in discussione dai divieti di spesa previsti dalla finanziaria.

Saranno oltre 110 – tra dipinti, acquarelli e preziosi lavori su carta – le opere dell’artista olandese in mostra al Vittoriano dall’8 ottobre al 30 gennaio, in quella che si preannuncia come una vera e propria mostra-kolossal per gli amanti della grande arte. Si tratta di prestiti straordinari, provenienti dai maggiori musei del mondo, che saranno esposti accanto a autentici capolavori firmati dagli artisti di riferimento di Van Gogh, pittori come Gauguin, Millet, Pissarro, Cézanne e Seurat. Lungo e geograficamente variegato l’elenco dei musei che presteranno opere dell’artista: dalla Germania alla Svizzera, dall’Australia al Giappone passando per il Moma, la Tate Gallery e il Louvre. La rassegna, il cui titolo sarà “Vincent Van Gogh – Campagna senza tempo e città moderna”, è curata da Cornelia Homburg, una delle maggiori esperte al mondo del genio olandese, ed è supportata da un Comitato Scientifico internazionale di primo piano.

Van Gogh, prima di trasformarsi compiutamente nel genio artistico indiscusso che oggi ammiriamo nei musei di tutto il mondo, fu molte cose. Al principio di tutto fu semplicemente il figlio di un pastore calvinista in un piccolo paese del Brabante. Poi fu assunto presso la casa d’arte Goupil & Co. come incaricato della vendita di riproduzioni di opere d’arte, e ancora supplente di francese a Londra, commesso di una libreria a Dordrecht e predicatore tra i minatori di Wasmes, in Belgio.

La campagna senza tempo e la città moderna, dunque, erano già i due poli entro i quali si muoveva l’artista da giovane. La pittura arrivò alla fine di tutto questo, dopo delusioni sentimentali, speranze mal riposte, ossessioni sempre più dolorose. E quando arrivò, era ancora una pittura di ascendenza realista, in cui il disegno e il chiaroscuro dominavano sul colore. La violenza espressionista della sua tavolozza e l’irruenza del colore irromperanno più tardi, e coincideranno con la scoperta del Mezzogiorno francese, «dove c’è più colore, più sole» come si legge in una lettera alla sorella Wilhelmina, con quella luce mediterranea così lontana dal cromatismo nordico. E sarà un’epifania.

«Io sono un uomo istintivo, capace di fare cose più o meno insensate, delle quali mi accade più tardi di pentirmi», scrisse in un’altra lettera, questa volta spedita al fratello Theo, datata luglio 1880. È l’istinto, appunto, la radice da cui scaturisce ogni pennellata, ogni contrappunto cromatico, ogni personaggio o paesaggio dipinto da Van Gogh. L’istinto come vertigine e perdizione. Sia dunque un caffè illuminato dalla notte provenzale, sia la trama convulsa di un cipresso di campagna, l’esaltante pittura di Vincent muove sempre da questo istinto che lo spinge a trasgredire alle regole umane, che lo conduce sugli strapiombi della follia. Quella follia che lui stesso attribuiva all’abuso di alcool, ma che studi recenti riconducono a una patologia mentale che spiegherebbe gli attacchi di panico e le allucinazioni a cui reagiva con atti di violenza come il famoso taglio dell’orecchio sinistro, poi incartato e consegnato ad una prostituta in un bordello, e con tentativi ripetuti di suicidio culminati in quel colpo di pistola rivolto al cuore che si sparò una domenica di luglio fra il giallo allucinato dei campi di grano di Auvers-sur-Oise.

Ma nonostante tutto fu, a suo modo, un artista disciplinato. Nei suoi quadri c’è infatti il rispetto per la composizione, ci sono le tracce dei linguaggi della pittura a lui contemporanea come il pointillisme e il costruttivismo di Cézanne. La sua ambizione non era scardinare le regole dell’arte, Van Gogh si serviva dell’arte per scandagliare se stesso, le proprie inquietudini di uomo. Non gli interessava, come era per gli impressionisti, la ricerca sugli effetti naturali ed atmosferici: Van Gogh era concentrato sui moti dell’anima, le emozioni che lo assalivano davanti alla natura si tramutavano in immagini visionarie, rese ancor più trasfigurate dal suo tocco vibrante. Le sue pennellate erano artigli di luce, i toni squillanti del colore le sue grida interiori. Mentre i personaggi che popolavano le sue tele erano il ritratto della mediocrità del mondo, i paesaggi, le campagne e le città, diventavano una cosmogonia.

Ecco allora questa mostra al Vittoriano, che già nel titolo tradisce la chiave di lettura scelta per interpretare un aspetto dell’arte di Van Gogh finora poco esplorato, vale a dire la doppia collocazione dell’uomo e dell’artista nel mondo. Un dualismo che si svela, per esempio, negli autoritratti, in cui Vincent si ritrae una volta come contadino una volta come gentiluomo di città. E poi ancora la città dipinta di notte tra caffè all’aperto e cieli stellati, e la campagna immortalata nei vortici erbosi dei campi di grano e nei gorghi delle nuvole che si assiepano nel cielo.

Non ci sarà il Van Gogh dei girasoli e delle nature morte, come ha annunciato la stessa Homburg, ma, accanto a lavori che escono per la prima volta dalle collezioni private, non mancheranno opere famose come l’Autoritratto con il cappello del Rijksmuseum di Amsterdam, che campeggia anche nelle locandine promozionali della mostra.

Tra i capolavori esposti, poi, figurano I piantatori di patate (dal Von der Heydt-Museum di Wuppertal) e i bellissimi disegni di contadine chine al lavoro (Kröller-Muller Stifting), Il viadotto (dal Guggenheim Museum), gli Orti a Montmartre (dal Van Gogh Museum) e i due autoritratti “di campagna e di città” (anche questi dal Van Gogh Museum). Una sfida al futuro, si diceva. Sempre che la rassegna dedicata a Van Gogh – complici i tagli in finanziaria e una norma secondo cui, nel prossimo anno, le amministrazioni pubbliche non potranno investire in mostre e pubblicità spendendo più del 20 per cento di quanto già sborsato nel passato 2009 – non rappresenti per Roma l’ultima grande mostra. Il rischio appare concreto, a meno che, come è stato sottolineato dall’assessore capitolino alla cultura Umberto Croppi, quella norma non venga modificata alla svelta.

ANDREA POMELLA

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4 Risposte to “Van Gogh, il colore alla conquista di Roma”

  1. IGNOMINIA Says:

    non so se hai letto l’articolo di Adam Gopnik nel New Yorker del Gennaio 2010 http://www.newyorker.com/reporting/2010/01/04/100104fa_fact_gopnik
    dove menziona una versione revisionistica che vede Gaugin, abile spadaccino, come il tagliatore dell’orecchio dopo una lite esasperata con Van Gogh… ci sono punti interessanti che pongono una visione più probabile dell’intepretazione che gli è stata data fin’ora. Forse la sua pazzia non era del genere pubblicizzato fino ad oggi, che rende la sua follia più memorabile delle sue opere, bensì la lenta e logorante discesa mentale dovuta a solitudine e alienazione, da una mente già debole attaccata da ossessioni e dubbi, comportamenti che non potevano che far perdere le staffe ad un Gaugin, che al tempo viveva con lui, che era un personaggio egocentrico e impaziente. Mi sembra una versione meno fumettistica di quella del genio pazzo che si taglia l’orecchio.

    • Andrea Pomella Says:

      A quanto ne so io, si tratta di una vecchia teoria più volte smentita dagli studiosi di Van Gogh. Di più non so dirti.

  2. IGNOMINIA Says:

    beh tanto vecchia non è, è del 2009 e comunque sono “tutte” speculazioni e presupposizioni. Ad ogniuno rimane la scelta di credere quello che gli torna più giusto nel contesto della storia e del personaggio. Ormai è più mitologia che storia.

    • Andrea Pomella Says:

      Era un’ipotesi su cui il mondo dell’arte si interrogava anche prima del saggio di Kaufmann e della Wildegans. Credo tu ti riferisca a quello.


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