I palazzi di vetro

I palazzi di vetro sono il contrario dell’uomo. Li guardo una mattina, ci passo in mezzo, e cerco di capirne il senso. C’è un grande viale, una gettata di cemento armato ingentilita da piccoli alberelli costretti in vasi con gli orli sbeccati. L’ora dell’ingresso a lavoro dei dipendenti è già passata, qualche segretaria in ritardo si affretta su tacchi vertiginosi ancheggiando coi nervi a fior di pelle, sembra che si trascinino dietro le incombenze domestiche lasciate a metà, i bicchieri da lavare nel lavandino, la cena fredda della sera prima rimasta sulla tovaglia, il letto sfatto e un phon attaccato alla presa del bagno, la vita sempre con un giorno di ritardo. Nei palazzi di vetro ci sono gli uffici centrali di banche, istituti finanziari e assicurativi, associazioni e fondazioni. Le grosse macchine nere che sfilano dirette ai parcheggi aziendali sono gonfie di uomini in camicia bianca e cravatta scura, occhiali da sole e cellulari all’orecchio. Questi uomini e queste donne sono come gli animali che attraversano i boschi in fiamme diretti all’altra sponda del fiume nella poesia di una giovane poetessa slovena che leggevo proprio stamattina. Il sole è una macchia pallida che si affaccia tra le nuvole grigie, eppure c’è una luce fosca in questo cortile quasi deserto. C’è un sorvegliante armato che fa la sentinella a un bancomat, è un uomo sulla trentina, si affaccia alla piccola balconata che dà sulla strada, guarda un pezzo di prato fiorito, e questa è tutta la libertà che può concedersi durante le sue otto ore di turno giornaliero. Anche certi mestieri sono il contrario dell’uomo. In questo tempio di orrore e di silenzio immagino come scorra la vita di ogni cosa vivente, e come scorra l’avidità, l’acqua amara del denaro virtuale, il cupo chiasso delle telefonate, delle riunioni, delle pacche sulle spalle, di tutte queste anime che mandano avanti la finanza del mondo sedute dietro i vetri dei palazzi che riflettono il cielo. Nessuna parola riuscirà ad afferrare le loro sagome.

*

Lucka Zorko, INCENDI

Gli animali vanno
attraverso boschi in fiamme.
Le lunghe lingue del tempo
mordono i nostri legami.
Da una parte il mare del tempo.
Dall’altra il fuoco dei giorni.
Gli animali raggiungono
l’altra sponda del fiume.
Nel bosco restano,
cariche di ricordi,
le sorde e nere ossa.
E noi che non abbiamo più
nessuno da seguire.

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4 commenti
  1. Barbara ha detto:

    E anche oggi ho passeggiato tra i tuoi pensieri.
    Ho scoperto da poco questo piacevole luogo dove fermarsi 5 minuti a riposare, ma ogni mattina ci passo. e’ così che le casuali novità diventano piccoli bisogni quotidiani. A domani allora.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Sei la benvenuta Barbara, ogni volta che vuoi.

  2. Amelia ha detto:

    Bellissimo il ‘dialogo interno’ fra la poesia e il tuo pezzo, fra gli incendi metropolitani e quelli interiori di una natura che sembra ribellarsi a se stessa. Tanto che si perde la percezione di chi abbia ispirato chi… Alla fine quello che il ‘pezzo’ suscita è la calma quotidianità che diventa inquietudine, per non diventare noia e frustrazione. [ovviamente questa è la MIA lettura del tutto]

    • Andrea Pomella ha detto:

      E direi che la tua lettura è anche la mia. Ciao Amelia.

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