Le scarpe del pastore

La corsa è un lungo movimento incantatorio, l’uomo che corre si rintana nella corsa e non ha più paura dei lupi di città. È questa la ragione fondamentale per cui corro. E spesso, correndo, mi imbatto negli uomini e nelle loro situazioni. Qualche mattina fa, per esempio, mentre filavo lungo la pista ciclabile che si incunea nella piana del fiume, tra campi nomadi e sporting club, a un certo punto mi sono fermato per tirare il fiato e ho subito notato un uomo fermo al lato della pista, il bagliore dei suoi capelli bianchi sotto il sole che brillava tra i ciuffi di vegetazione selvatica, i suoi occhi pesanti cerchiati di rughe. Era un pastore e il suo gregge si perdeva nella spianata sottostante, nei pressi della curva di un ippodromo. Il pastore fissava le mie scarpe,  i suoi occhi assomigliavano a due lune azzurre e vuote. L’ho osservato di rimando, dalla testa ai piedi. Non aveva le scarpe. I suoi piedi erano avvolti in un paio di infasciature lorde dalle quali spuntavano le punte delle unghie ritorte e nere. Alle sue spalle, lontano, scintillavano come sillabe di diamanti le punte dei palazzi di città. Per un istante ho creduto a uno scherzo cosmico. Quest’uomo proveniva dall’altro estremo dei secoli.

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1 commento
  1. una creatura forse del passato, forse dei nostri sogni, forse, invece, un povero pastore, un uomo che pensiamo che non esista più perché non vogliamo vederlo

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