Su Thomas Bernhard, Glenn Gould e un unicorno

21 ottobre 2010

Così, mentre stamattina leggo questa vecchia intervista a Thomas Bernhard, le parole (vecchie come l’intervista, ma attuali e feconde) mi suggeriscono altre parole, i concetti vanno per conto loro. In termini più semplici posso dire che mentre Asta Scheib (l’autrice dell’intervista) chiede a Bernhard “Ha mai voluto una famiglia?”, e Bernhard risponde con un colpo di genio “Non ero in salute, perciò non ho mai pensato a queste cose”, io do le mie risposte per conto di Bernhard, più o meno come se in quel lontano 1986, anno in cui ero più o meno un tredicenne cupo e depresso, fossi stato nei suoi panni. “Ho scritto così tanto proprio per supplire alla mancanza di una famiglia”, risponde perciò il tredicenne al posto di Bernhard. “E ti sei mai sentito felice per qualche momento particolare della tua vita?”. “Direi di no, però vivo mediamente senza angoscia e senza paura”. E poi ancora, “Hai accettato la tua esistenza da scrittore?”. “Uno scrittore è un folle che parla da solo, o tutt’al più con una ressa di amici immaginari. Un tipo così è difficile da accettare”. Ora, il fatto che nel pomeriggio di ieri, insieme a mio figlio di cinque mesi, io abbia cercato riparo dalle frustrazioni del mondo ascoltando Glenn Gould che suona le Variazioni Goldberg di Bach, è senz’altro una casualità degna di nota. Ho infatti letto un solo libro di Bernhard in tutta la mia vita. Il libro è appunto Il soccombente, che racconta del rapporto che lega tre giovani compagni di studio al Mozarteum di Salisburgo negli anni cinquanta. Nel libro uno dei tre è proprio Glenn Gould, il quale convincerà gli altri due ad abbandonare gli studi di pianoforte dopo la sua esecuzione geniale delle Variazioni Goldberg. Ora non so cosa voglia dire esattamente tutto questo rimbalzo di casualità, questa insistenza del destino che da due giorni mi sbatte sotto il naso i nomi di Thomas Bernhard e di Glenn Gould. Quello che capisco bene è che importa poco sapere o non sapere, e che si può credere a certa letteratura, a volte, come al passaggio di un unicorno.

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