Meditazione spiccia sulla felicità e sul dolore (con un dilemma morale)

Dunque pensavo al dolore, in particolare a come esso nella nostra epoca venga prodotto su scala industriale e commercializzato come una merce qualsiasi, il dolore che porta profitto, che favorisce carriere, il dolore generato artificialmente e concepito per esclusivi scopi commerciali. Chi l’avrebbe detto fino a un secolo fa che il nemico più odioso del genere umano potesse diventare un potente alleato nella scalata all’utile? Certo, gli uomini fin dall’antichità hanno capito che il dolore è lo strumento principale attraverso cui imporre la propria autorità, è la paura di provare dolore che induce le masse a chinare il capo di fronte a colui che brandisce la spada, ma ciò che gli antichi avevano capito meno è che il dolore, oltre a persuadere, crea dipendenza, che il dolore è una parte che forma il gusto e quindi il piacere. L’aveva capito uno come Caravaggio, che col ragazzo morso dal ramarro approntò una metafora del dolore che si cela dietro un grande piacere. Ma Caravaggio era un artista e un genio, due qualità che si attribuiscono solo a chi possiede un certo grado di preveggenza riguardo alle sorti dell’umanità. L’aveva capito ancor di più Dostoevskij – che in quanto a genialità del resto non aveva nulla da invidiare a Caravaggio – che ne I Fratelli Karamazov pone a uno dei suoi personaggi, Alyosha Karamazov, un dilemma intollerabile: se il presupposto inevitabile ed essenziale per la felicità completa e definitiva degli uomini fosse la sottomissione e la tortura eterna di un bambino, di un solo bambino, tu lo permetteresti? Ecco, a giudicare da come vanno le cose, si direbbe che il dilemma morale di Alyosha Karamazov, dal ventesimo secolo in poi, sia stato sciolto nel verso inequivocabile del “sì, lo permettiamo, e non solo per uno, ma per mille, per diecimila, per un milione di bambini!”. La felicità (che – per dirla con Leopardi – non sussisterebbe senza dolore) non ha prezzo.

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4 commenti
  1. come sempre gli artisti vedono più in là dell’umanità intera, ma raramente sono ascoltati, anzi a volte, proprio per questa loro “dote”, sono disprezzati…

    • Andrea Pomella ha detto:

      Ho dimenticato di citarne tanti altri, lo so, e comunque darei oro per vedere la faccia di un lettore qualsiasi dell’800 che leggendo I fratelli Karamazov si imbatte in quel dilemma.

  2. BERNARDO SOARES ha detto:

    Per il lettore dell’800 doveva essere un dilemma inaudito dettato da un sovrannaturale e il suo animo, con atteggiamento tipicamente romantico, doveva essere turbato anche da questo “infinitamente Altro”; oggi abbiamo un “sì” come risposta ad una semplice regola di mercato (non sovrannaturale) che crea utile dal dolore.
    Il genio di Dostoevskij, che come giustamente diceva Nietzsche “ha indovinato Gesù Cristo” e che conosceva già quale sarebbe stata la risposta dell’uomo, ne “L’idiota”, rivolgendosi al giovane moribondo Ippolit (che pensa di essere il bambino del dilemma) fa dire al principe Myškin una frase tremenda: “ci perdoni per la nostra felicità”.
    I processi dissacratori, perpetuatisi durante tutto il novecento ci hanno tolto la possibilità dell’appello ipocrita del perdono.
    D’altronde il leone chiede perdono alla gazzella dopo averla dilaniata? Pensate che chiedere perdono passi per la mente di chi si sfrega le mani alla notizia di un terremoto?
    “Mors tua vita mea”: La Volontà (di potenza, di vivere ecc.) è comunque una violenza, senza appello.

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