Generazioni

10 novembre 2010

L’estremità della scopa lambisce l’orlo del marciapiede. Lui è un ragazzo di sedici anni e indossa un grembiule di cuoio come i fabbri. Lui però di mestiere non fa il fabbro, suo padre è il portiere di un grande condominio di gente benestante in un quartiere esclusivo di Roma. Sotto il grembiule porta un paio di bermuda larghi da rapper e due scarponcini pesanti, il resto è una maglietta nera con una scritta gialla e un cappellino con la visiera al contrario calcato in testa. Arnel è filippino, ma questa informazione è solo parzialmente vera, l’unica cosa certa che sappiamo è la nazionalità, il nome in realtà è una convenzione, a nessuno importa quale sia il suo vero nome. Il motivo per cui spazza il marciapiede alle sette di mattina è che dà una mano a suo padre, lui un anno fa ha avuto un infarto del miocardio, ormai è un vecchio attrezzo malandato e Arnel si prepara a sostituirlo in tutte le faccende quotidiane, lavoro compreso. Cosa c’è di così fondamentale nella sua piccola storia illustrata, nell’occhiata che ci scambiamo mentre io sono in macchina intento a spannare il parabrezza? Niente, a parte il fatto che dieci metri più avanti vedo suo padre, il vecchio infartuato gesticola animatamente, discute con un uomo molto più alto e molto più curvo di lui, un condòmino, immagino, con un impermeabile chiaro e un ombrello, che lo rimprovera di qualcosa, una negligenza che riguarda forse il mancato ritiro del sacchetto della spazzatura. Il vecchio portiere filippino riesce a recitare senza errori e con una buona intonazione tutta la solfa del bravo sottomesso, mentre Arnel lo guarda indispettito, ha dalla sua i sedici anni e una naturale propensione alla ribellione. Lui non si farà trattare come suo padre, questo eccesso di lucidità, questa indisciplina nobile e bella, lo renderanno un uomo diverso. Arnel pensa che la colpa principale di suo padre sia condensata in quell’odiosa forma di servilismo. Arnel pensa che si può umiliare così tutto un popolo, e abituarlo per sempre alla rassegnazione e al silenzio.

*

Alex Fleites, LA VIOLENTA TENEREZZA

Era lì, incanutito,
in mezzo alla gente
che a quell’ora
correva verso il lavoro
Coi pantaloni abbattuti,
le scarpe tristemente moderne,
era come se per la prima volta
non sapesse dove andare;
come se a settanta e rotti anni
non fosse più il padre di nessuno,
né lo sposo di nessuno,
e tantomeno il figlio di nessuno
Io volevo gridargli
che non smettesse di sbracciarsi,
ma i clacson e la luce,
ma la ruggine e la brezza corrosiva,
ma la sua acredine e il mio essere inerme,
e tante, tante cose,
impedirono che almeno una volta
gli facessi sentire
la violenta tenerezza

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