Ian il macabro, Ian il comico

9 dicembre 2010

Di Ian McEwan ho letto molto, compreso il recente Solar, che mi è passato tra le mani in quest’ultima settimana. A ogni romanzo di McEwan che aggiungo alla mia personale schiera di letture, rimango dell’idea che la sua opera migliore sia Il giardino di cemento; in un certo senso, ogni sua nuova uscita rappresenta per me una conferma di questa valutazione. Tuttavia, affermare che un determinato romanzo è l’opera migliore di un certo autore, in questa circostanza, non implica un giudizio assoluto, direi piuttosto che nel mio caso Il giardino di cemento è stato testimone di un momento particolare, uno di quei casi in cui la letteratura che consumi coincide perfettamente con le circostanze della tua vita (i fattori per i quali persisto nella valutazione appassionata de Il giardino di cemento li ho già esposti in una nota di qualche mese fa). Resta pur sempre il fatto che stiamo parlando di uno dei massimi autori contemporanei e l’ultimo Solar ne è una fulgida testimonianza. Solar è la storia tragica e farsesca di Michael Beard, premio Nobel per la Fisica, un uomo grottesco ed egoista, con una certa propensione ai matrimoni (nella sua speciale collezione se ne contano cinque) e al junk food. È a un tipo così che la scienza demanda il compito di salvare il pianeta dal riscaldamento globale, chiedendogli di inventare un sistema artificiale ed economico di fotosintesi che liberi l’uomo contemporaneo dalla schiavitù del petrolio. La cosa migliore del racconto è l’inconsueto taglio comico che filtra in tutta la vicenda, un fatto non da poco per uno che in patria è soprannominato “Ian Macabre” per via dei toni cupi di molte delle sue narrazioni. Si tratta tuttavia di un’intonazione ben radicata in gran parte della letteratura inglese contemporanea. Se è vero, però, quanto sosteneva Northrop Frye, ossia che in letteratura l’ironia è un segno di logoramento e che la sua apparizione precede solitamente un ritorno alle forme popolari e primitive di intrattenimento, immagino che neppure la prossima volta che mi troverò per le mani un nuovo lavoro di McEwan riuscirò ad evitare l’indebito paragone con Il giardino di cemento.

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7 Risposte to “Ian il macabro, Ian il comico”

  1. Clarabella Says:

    Raccontalo a Bulgakov, a Queneau, a Calvino. A Canetti. A David Foster Wallace. Ad Aristotele, in ultima analisi.
    A volte penso che tu sia un residuo di spirito romantico, ma lo dico in senso deteriore. Prova ne è anche questo tuo riferimento a un fatto del tutto sensoriale, personale, che dici, meglio, persisti, abbia influenzato la tua valutazione. Alla base di una recensione dovrebbe esserci il fatto che, quella mattina, ti giravano nella giusta direzione?

    • Andrea Pomella Says:

      Quanta animosità Clarabella! “Romantico deteriore” devo dire che mi mancava, anche se i termini dell’“accusa” mi sono ben noti (per caso frequenti certe conventicole indiane?). Cominciamo col precisare che quelle che trovi qui non sono mai recensioni (a parte quelle che sono state scritte appositamente per i giornali), e non lo sono per alcune ragioni oggettive. In ogni caso penso che in una recensione ci possa essere anche un riferimento sensoriale e personale, in tal caso non capisco quale sia il problema. La fruizione della letteratura del resto è tutta sensoriale, è un punto di vista soggettivo, a meno che non vogliamo ridurre la letteratura a un’equazione matematica.

      • Clarabella Says:

        😀
        Non frequento alcuna conventicola. Non vado neppure alle riunioni di condominio! Mi risento, perché invece la cifra ironica è proprio quella verso cui sono naturalmente portata. E questi esempi che citavo sopra non sono che una infinitesimale parte di una vasta schiera di grandissimi, che sconfermano del tutto l’ipotesi di Frye!
        Certo che la letteratura ha una ricezione soggettiva: ma tu non sei un passante della strada qualsiasi, scusa!

        E poi mi diverto a pizzicarti da quella volta nella quale hai confessato che da bambino eri solito crocifiggerti, e non in senso figurato: è uno stile invettivo, dai! Non volevo sembrare così animosa! 😉

  2. Andrea Pomella Says:

    Ah, allora ce l’avevi con Frye! Ma guarda che le forme popolari e primitive di intrattenimento non è detto che siano per forza deteriori. Anche se – va detto – dopo Bulgakov, dopo Queneau, dopo Calvino, dopo Canetti e dopo Wallace in quelle letterature qualche disastro è capitato. E poi io se potessi mi crocifiggerei ancora oggi, in fondo stare qui a scrivere sta roba tutti i santi giorni che altro è se non una forma elegante di crocifissione?

    • Clarabella Says:

      Ahahahahah! Ma no, ecco, vedi? Io ambisco a divertire e a divertirmi! C’è già così tanto di angosciante, di orrorifico, di pauroso! 🙂
      E poi credo fermamente che i messaggi restituiti attraverso il filtro dell’ironia siano molto più persistenti di quelli che, seriosi e pedanti, indispongono l’interlocutore o, nel migliore dei casi, diventano bersaglio di satira!

  3. Fabiana Says:

    Bè, anche chi critica dovrebbe soppesare le parole e non usare le categorie a proprio piacimento. Così secondo come gli gira. Per cui mi piacerebbe sapere cosa ci trova Clarabella di romantico- deteriore o pregiato – in questa nota. L’espressione della soggettività di giudizio? Bè, non basta proprio. Anche gli esistenzialisti, i nichilisti, i futuristi, per non parlare dei pasticceri contemporanei, parlano spesso in un’ottica più che discrezionale e massimamente soggettiva. E poi questo è un blog di letteratura, di uno scrittore – mi pare – non di un’accademico. Il che può non essere affatto spiacevole.


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