La mia posizione nel grande alveo sociale

27 gennaio 2011

Quando ero uno studente non mi sentivo uno studente. Poi sono stato un disoccupato, ma avevo talmente tante cose da fare che non mi sentivo davvero disoccupato. Quando finalmente ho trovato un lavoro, non mi sentivo parte di quel lavoro. Gli altri mi chiamavano “collega”, ma io la trovavo una parola così polverosa, una vecchia parola che sapeva di anni settanta. Io non ero il collega di nessuno. La verità è che noi umani discendiamo direttamente dagli scimpanzé, ma io penso che non mi troverei a mio agio neppure fra gli scimpanzé. Quanto agli scrittori, be’, Thomas Bernhard una volta disse: “Sono sempre stato un solitario. Malgrado questa unica relazione forte [si riferisce alla scrittura], sono sempre stato solo. All’inizio ovviamente pensavo di dover andare da qualche parte e attaccare qualche conversazione. Ma fino a un quarto di secolo fa non ho avuto alcun contatto con un altro scrittore”. Quelle volte che sono andato a intervistare qualcuno, poi, mi sono sentito un impostore. “Lei per chi scrive?”, mi chiedeva l’intervistato di turno. “In questo caso, credo, per te”, mi veniva da rispondere. Ma naturalmente non rispondevo. Tutto questo immagino che rientri in una posizione difensiva che il mio organismo adopera in maniera naturale. Qualcosa che ha a che fare con la selezione della specie. Ho smesso di domandarmi da un pezzo quale sia il disegno che soprassiede a tutto questo. Perché, quasi dimenticavo di dire, sono stato pure un fervente cattolico. Recitavo preghiere tutte le sere prima di andare a dormire. È successo dai tre ai sette anni di età. Poi, come a tutto il resto, ci ho messo una pietra sopra. Così oggi non mi è rimasta che questa sana e onesta desolazione. Questa bella solitudine. Questo modo di occupare il tempo in un dialogo muto con le cose. Ah, voglio dire, ma è così bello immaginare altre vite…

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8 Risposte to “La mia posizione nel grande alveo sociale”

  1. Grimilde Says:

    Fa strano trovare descrizioni che parlano di un mio stato d’animo che provo da tutta la vita. Io mi sento tutto e niente, e quindi sempre in bilico tra il far parte delle cose e il non riconoscermici mai fino in fondo…

  2. Andrea Pomella Says:

    Già siamo in tre, non male direi.


  3. Anche io mi ci ritrovo. Forse è solo un’attitudine esistenziale comune a certe persone; l’uomo è un animale sociale, è vero, ma anche assai individuale. Dipende dalle circostanze, dalle vicende della vita, dal carattere. La cosa fondamentale è non ridursi a una una sola immagine di sé, ma provare ad appartenere a diverse vite.. originale, no? ;-))

  4. Bernardo Soares Says:

    Nell’aria di questo salotto virtuale riconosco esserci la polvere di cui sono fatto anche io. Devo tuttavia ammettere che, contrariamente a quanto succede a tutti voi, la scrittura non è la mia “elegante forma di crocifissione quotidiana” (per usare le parole dello stesso Pomella); diciamo che sono così pigro e vuoto di volontà che il mio “Libro dell’inquietudine” l’ho fatto scrivere ad un altro, Fernando Pessoa, e visto il tenore del post mi si consenta di lasciarne qui un frammento: “Sono passato come uno straniero in mezzo a loro, ma nessuno ha capito che lo ero. Sono vissuto come una spia in mezzo a loro e nessuno, nemmeno io, ho sospettato che io lo fossi. Tutti mi credevano un parente: nessuno sapeva che ero stato scambiato alla nascita. Così sono stato uguale a tutti gli altri senza somigliare a loro, fratello di tutti senza appartenere alla famiglia […] Nessuno ha supposto che al mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso”.

    Quanto agli scrittori… l’unica volta in cui Marcel Proust e James Joyce si sono incontrati, durante una serata mondana e poi rientrando insieme a casa sulla stessa carrozza, non hanno scambiato che qualche sillaba di convenevoli…
    Per quanto l’uomo sia un essere sociale (ed in quanto tale gli venga richiesta “coerenza con se stesso”) ognuno è proiettato verso il proprio universo, o meglio, verso il proprio altrove silente e non mi sembra ci siano parole (che alla fine sono sempre poco più che segnali di fumo), raziocinii o tecniche che possano cambiare, frenare limitare definire questa tensione per la propria alterità con cui forse viene conservata, ben nascosta in ognuno di noi, una possibile chiave dell’evoluzione.

  5. libera Says:

    Il destino con me si è impegnato parecchio per farmi sentire “estranea” alla vita che vivo da 58 anni. Sono stata adottata piccolissima e una parte della mia esistenza, sia pure breve, mi è sconosciuta. Sul mio certificato di nascita compare un nome di battesimo che è quello dei documenti ufficiali ma, come se non bastasse, mi hanno poi chiamata per tutta la vita con un nome diverso. Mi porto addosso una sensazione strana, ogni tanto mi sento un’intrusa o meglio mi pare di vivere la vita di un’altra persona, un pò come un attore che, entrato in un ruolo, non riesce più ad uscirne, pur essendo perfettamente cosciente di vestire solo i panni di un personaggio. E così certe volte ho la sensazione di essere spettatrice di una storia che scorre malgrado me

    • Andrea Pomella Says:

      Però ti chiami Libera. Non so se è il nome del tuo certificato di battesimo, o quello con cui ti hanno chiamato per tutta la vita, o ancora uno pseudonimo che ti sei attribuita, una piccola invenzione. So che è un nome bellissimo.

  6. libera Says:

    Una piccola invenzione, il bisogno caparbio di fare spazio nella contingenza quotidiana alla mia individualità e unicità.


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