Come appariremo a chi verrà dopo di noi?

17 febbraio 2011

A volte mi chiedo come appariremo a chi verrà dopo di noi. Per “noi” intendo quelli che appartengono alla mia generazione, anche se devo dire che la parola “generazione” mi suona così roboante e fuori luogo, più o meno come se invocassi l’avvento di Mazinga. In ogni caso, la mia generazione è quella dei nati nei primi anni Settanta, ma per estensione credo che possa comprendere anche le ultime frange dei Sessanta. Bene, non sono tipo che fa discorsi, appunto, generazionali. Però ogni volta che sento parlare i più vecchi, evocare ricordi legati indissolubilmente a fatti storici più o meno grandiosi, io cerco di immaginare un parallelo. E allora ecco che scopro di aver vissuto un’epoca in cui la Storia è stata, come dire, sospesa. Non perché fatti importanti non siano accaduti, ne cito tre a caso, il rapimento e la morte di Aldo Moro, la caduta del Muro di Berlino e l’Undici Settembre, ma perché quegli eventi, seppure drammatici e dalla portata enorme, non hanno praticamente inciso sulla vita mia quotidiana. Voglio dire, quei fatti sono stati rivolgimenti storici filtrati attraverso l’uso della Tv, in un certo senso, per un telespettatore come me, la verità di quegli eventi  è appena uguale alla verità delle fiction. Mentre le generazioni precedenti hanno vissuto, affrontato, sopportato, patito, la Storia sulla loro pelle, perché la Storia si faceva nelle loro case e sulle loro ossa, quelli della mia età hanno una percezione della Storia meno “palpabile”, la Storia per noi è un concetto astratto e immateriale, qualcosa che accade al di là dello schermo e dei libri. È del tutto evidente che si tratta di una parentesi, fortunata aggiungerei, nella vicenda umana che va dall’antichità al futuro più remoto, ma proprio per questo mi chiedo come ci guarderanno, con che cipiglio, quelli che dovranno giudicarci sulla base dei nostri comportamenti e della nostra atarassia. Noi viviamo oggi nell’epoca dell’informazione, eppure l’idea che abbiamo noi di informazione è il risultato della nostra capacità, ancora infantile, di guardare obiettivamente a noi stessi e ai fatti che ci accadono. Forse è anche per questo che un bel giorno mi sono messo a scrivere, perché cercavo il verme nella mela splendente, perché anche le donne più ottuse e bellissime prima o poi invecchiano e muoiono, così come le generazioni, la mia in primis, che hanno creduto di essere eternamente giovani e disobbligate.

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6 Risposte to “Come appariremo a chi verrà dopo di noi?”

  1. libera Says:

    Io appartengo alla generazione che voleva cambiare il mondo. Eravamo davvero convinti che l’ordine borghese potesse essere rovesciato in nome di una giustizia sociale che invocavamo nelle assemblee e sotto rosse bandiere. Qualche anno fa mio figlio, forse tuo coetaneo, che criticavo insieme alla sua generazione per la scarsa capacità a guardar lontano e per la mancanza di coraggio, mi urlò risentito “e parlate proprio voi che siete dei perdenti?” Gli risposi, ma senza convinzione, “sì, non ci siamo riusciti, ma perlomeno ci abbiamo provato”. Mi aveva sbattuto in faccia l’inadeguatezza di una generazione intera a saper rispondere alle sue aspettative che erano poi le stesse dei suoi coetanei. E così oggi penso che per ogni generazione valga quella frase che suona come un’autoassoluzione ma, in verità, è assai consolatoria. “Quando conoscevamo le risposte, ci hanno cambiato le domande”

    • Andrea Pomella Says:

      Anch’io Libera, come tuo figlio, sono molto critico nei confronti della vostra generazione. Soprattutto perché il senso di una storia non si riduce a un tentativo di sovvertimento dell’ordine costituito, non è da questo che si deduce il successo di una generazione. Mentra la generazione a cui appartieni tu ci ha fatto credere che solo nel fare rivoluzioni sta il buono della gioventù.

  2. libera Says:

    Forse abbiamo sbagliato nell’individuazione del metodo ma la vostra generazione dovrebbe riconoscerci il coraggio di aver messo in discussione assiomi e dogmi che all’epoca erano “intoccabili”. E poi resto convinta che la conquista più grande della mia generazione sia stata la capacità di salire sui banchi, di cambiare prospettiva, in nome di quel pensiero divergente che di questi tempi è assai raro.

  3. antonella Says:

    @Libera Ma davvero Libera credi che l’errore sia stato nel non aver saputo individuare il metodo,diciamo così,rivoluzionario più giusto?Appartengo più o meno alla tua generazione e penso che l’errore si chiami autoreferenzialità,narcisismo conservatore.Cosa si è fatto negli anni a venire se non omaggiare il mitico ’68?Ci siamo seduti ad osservare come eravamo stati bravi a mettere in discussione le università e lo stato poi basta:non ci siamo più confrontati con i tempi storici degli anni seguenti,il resto è storia dei giorni nostri.@Andrea Hai ben evidenziato il rapporto che abbiamo instaurato con la storia:filtrata dai mezzi di informazione,non vissuta in prima persona,forse è una fortuna,ma come reagiremo quando dovesse caderci addosso?

  4. libera Says:

    Lontano da me la pretesa di esprimere un giudizio su ciò che è stato il sessantotto, non riescono fior fior di storici a dire una parola definitiva su quegli anni, figurarsi un’orecchiante come me. Io, come centinaia di migliaia di miei coetanei, sono stata solo una testimone. Con l’intransigenza e l’entusiasmo dei nostri anni abbiamo creduto di poter smascherare l’ipocrisia nascosta dietro alla cultura e ai costumi della società dell’epoca. Poi è venuta la lotta armata, una distorsione tragica e devastante di quelle intenzioni. Ma anche grandi conquiste civili per le donne e per gli ultimi nella scala sociale. (Ad Antonella) Dopo il sessantotto il mondo intero è stato investito da avvenimenti epocali che tutti conosciamo, imputare a quel fenomeno tutti i guasti successivi mi pare una ingenerosa semplificazione. Per quanto riguarda il rapporto con la storia , mi scuso, ma non credo di aver ben capito, ma di sicuro dipende da me .
    (Ad Andrea) Abbiamo veramente sbagliato tutto se questa è il vostro giudizio definitivo sulla nostra generazione.


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