Roth e la sua Peste americana


Unione Sarda, 12  marzo 2011 – Nemesi
è il trentunesimo libro di Philip Roth. Non solo, è anche una delle opere più intense e toccanti che siano mai state scritte dal cantore di Newark. Pubblicato in Italia da Einaudi, questo romanzo breve è soprattutto un apologo sul male e sull’assenza di Dio. La storia. È l’estate del 1944, la città di Newark è stretta in una morsa di afa e i suoi 429 mila abitanti si ritrovano alle prese con un nemico invisibile e onnipresente, la poliomielite, che assedia la città portandosi via le gambe e le vite di un’intera generazione di ragazzi. In prima fila a difendere l’innocenza dei ragazzini di Newark c’è Bucky Cantor, il ventitreenne animatore del campo giochi di Weequahic, il quartiere ebraico della città. Bucky è un eroe buono, un condensato di coraggio e valori positivi, un giovane “gravato da un’austera bontà naturale” che soffre il fatto di essere stato scartato dall’esercito per un difetto alla vista. La fiducia e la solerzia di Cantor si incrinano però quando si lascia convincere dalla fidanzata Marcia a lasciare il campo giochi di Newark per raggiungerla al campo estivo di Indian Hill, sulle Pocono Mountains. I sensi di colpa per aver mollato, proprio al culmine dell’epidemia di polio, i ragazzi del quartiere, incominciano allora a togliergli il sonno. La nemesi, quella che per i greci rappresentava la giustizia compensatrice, non tarderà a punirlo in un modo insopportabile. Con questa storia Roth ha scritto la sua personale Peste americana. Come Camus, anche Roth pone al lettore, attraverso il suo personaggio principale, l’antichissima domanda sul senso del male e il suo essere inconciliabile con la presenza del Dio delle scritture. Già duramente provato dalla vita, orfano di madre e con il padre in prigione, Bucky è il tipico prodotto di un’America che crede ciecamente nella dottrina del riscatto. Cresciuto dal nonno, che lo educa a essere un “lottatore intrepido”, perde tutta la sua forza una volta posto di fronte al grande dilemma rappresentato dall’esistenza del Demiurgo malvagio, di quel demone onnipotente capace di concepire una malattia tanto orrenda come la polio, una catastrofe come la seconda guerra mondiale e un’anomalia come lo storpio Horace (uno dei personaggi più dolorosi e vividi del romanzo). Neanche l’amore per la dolce Marcia, né l’affetto che nutre per la famiglia di lei, riusciranno a salvarlo. Anzi, come in una sorta di autopunizione, Bucky rinuncerà per sempre all’amore, come a voler espiare la sua incapacità a fronteggiare il male assoluto, la sua grande occasione perduta di battersi nel mondo contro le ingiustizie e le prevaricazioni del destino. A raccontare tutto questo sarà uno dei ragazzi del campo giochi di Weequahic, un sopravvissuto alla polio, col quale Bucky si rincontra per caso quasi trent’anni dopo, in quello che ormai è da considerarsi un classico della tecnica narrativa di Roth. L’impatto del tempo sui due uomini e sulle cose nel frattempo è stato devastante, e l’incontro fra i due è l’occasione per riflettere sulla colpa e sulle sofferenze umane. «Volevo aiutare i ragazzini a renderli forti […] e invece ho arrecato loro un danno irrevocabile», confessa Bucky al culmine del racconto. Forse, nella sua linearità e nell’assenza di veri e propri colpi di genio in stile Roth, Nemesi non farà strappare i capelli ai più fanatici cultori dello scrittore americano, ma è pur sempre uno di quei solidi romanzi alla Steinbeck (o se si preferisce alla Thornton Wilder) in cui il senso della tragedia di un singolo si estende a simboleggiare il dramma di un’intera comunità di uomini. Diversamente, per chi non avesse mai aperto un libro di Roth, questa è l’occasione giusta per avvicinarsi alla lettura di uno dei più grandi narratori degli ultimi quarant’anni.

ANDREA POMELLA

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