L’unità profonda della razza umana davanti al dolore

19 maggio 2011

Ieri, all’una e venticinque, sotto un sole acuto e rovente, guardavo la strada. È la strada di un quartiere di periferia di Roma, un posto malfamato, dove si incrociano quotidianamente impiegati e piccoli criminali, dove tutto sembra provvisorio, i pochi negozi senza vetrine, le serrande di un mercato spaventoso, l’edicola, il cancello della chiesa. I cani randagi scorrazzavano in un parcheggio per macchine in disuso, una donna anziana passeggiava in cerca di ombra tra le panchine sfondate di un minuscolo parco tappezzato di vecchi preservativi. C’era un bambino che aspettava qualcuno in una macchina parcheggiata all’ombra di un albero. I suoi occhi tristi e persi sembravano fatti di niente. La strada fiancheggia il perimetro degli studi cinematografici di Cinecittà. Oltre i recinti si intravedono i pali che sorroggono la parte posteriore di vecchie scenografie. Questa parte di mondo, in un certo senso, è il dietro le quinte dei sogni. (Quando guarderai il prossimo film ricordati di cosa c’è dietro quei fondali di cartone. Ricordati di quel bambino e di quei cani, ricordati della donna che cerca l’ombra e del ragazzo di borgata che bestemmia ad alta voce per un ritardo della sua ragazza). Così ieri, all’una e venticinque, accanto a me è passato un signore. Si è fermato per un secondo. Ci siamo scambiati un’occhiata e nello stesso momento abbiamo entrambi annuito. C’è un’unità profonda della razza umana davanti al dolore, e io l’ho capito solo ieri, mentre guardavo la strada.

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9 Risposte to “L’unità profonda della razza umana davanti al dolore”

  1. libera Says:

    Strano, ma a me più passa il tempo, più riesce difficile mescolarmi con i pensieri e le vite degli altri. Il dolore, poi, mi ha reso implacabile e ogni giorno creo fossati sempre più profondi con quello che mi ruota attorno.

    • Andrea Pomella Says:

      A me succede esattamente il contrario, sarà che dopo troppi anni la mia sola esistenza non mi basta più.

  2. mah Says:

    Il dolore è esperienza di conoscenza, la più significativa. Forse. Nel vuoto di senso che è il dolore, l’interrogazione profonda, trasforma e ci eleva. Non mettersi a disposizione di questa possibilità, significa essere morti e non saperlo. Ma il carattere di universalità del dolore è vero solo se riferito alla capacità di ciascun individuo di soffrire. Soffrire e altro dall’essere spettatori dell’altrui dolore. Solo la sofferenza per un figlio mette in discussione quanto la propria. Anche laddove ci si affaccia al patire di altre esistenze, inevitabilmente, torniamo alle nostre, e le percepiamo rassicuranti.

    • Andrea Pomella Says:

      Ti ringrazio, soprattutto per le prime tre righe e mezzo.

      • mah Says:

        Non di verità in tasca, avrei voluto dire….. Bizzarra quella apparente certezza che sembrei esprimere. Per me il concetto di relativo è fondamento. In realtà, mi riferisco al dolore visto dagli altri. Visto e non sentito. Da qualche mese, osservo chi si osserva la sofferenza. Analizzo con cura l’approccio che certe persone hanno col dolore e i comportamenti che mettono in atto. I più, forse per mancata esperienza diretta – eppure così peculiare dell’esistere -, appaiono del tutto inadeguati. E non solo per la deficienza empatica …. Rilevo negazioni, da parte di chi ne è investito, e morbosità da spettatore, in chi al dolore dell’altro si affaccia. Le parole sbagliate si sprecano. Ti credo ottimista rispetto all’unità profonda dell’umanità… L’essere umano non sempre eccelle in intelligenza e sensibilità. Lo credevo anche io. Ora sperimento altro. E lo sperimento a fronte di una sottrazione violenta di senso.

  3. libera Says:

    Io il dolore l’ho incontrato un mattino di dicembre, l’ho attraversato e mi ha attraversata. Ha sparigliato i miei pensieri e le mie giornate come fogli al vento. L’ho guardato fisso negli occhi e mi ha schiacciato fino a togliermi il respiro. Ora ci convivo,tento anche di ignorarlo. Continuo a respirare, a mangiare, ad arrabbiarmi per la coda negli uffici, a parlare del tempo che fa con il mio vicino, ma la bestia è sempre là.Arraffo scampoli di quiete che mi assicurano la sopravvivenza e per godermeli avrei fatto volentieri a meno del dolore, quello che conosco io, SENZA FINE. Scusate il tono, ma la retorica del dolore “esperienza di conoscenza” non la capisco proprio. Ma certamente è un mio limite.

    • mah Says:

      Ogni individuo fa del dolore, l’esperienza che può. Non sono possibili graduatorie. Se raccontassi il fatto e le conseguenze da cui scaturisce la mia sofferenza, il podio lo guadagnerei con molta probabilità. Non che voglia o debba dimostrare che non è di retorica che si tratta…. Il dolore è molto presuntuoso: il nostro è sempre più grande di quello che vive l’altro. Resta che, nel dolore, il mondo delle cose si inabissa e l’uomo è costretto a interrogarsi su di sè e sull’insensato.

  4. libera Says:

    Proprio così.Ognuno fa del dolore l’esperienza che può. Può, ahimè invano, interrogarlo e non avere risposte, può ignorarlo perchè è meglio non “sentirsi” che “sentirlo” più forte e presente, può impegnarsi perchè si trasformi in qualcos’altro e dia ancora una possibilità alla speranza. Nessun’altra condizione, più del dolore, mette l’individuo davanti a se stesso e alla sua lucidità. Nessuno merita di essere dichiarato “morto senza saperlo”. Forse in questo c’è quell'”unità profonda della razza umana davanti al dolore”

  5. Andrea Pomella Says:

    Alcune precisazioni. La frase che dà il titolo al post non è mia, ma è tratta da un’intervista di Margherite Yourcenar, ed è forse fuorviante rispetto al contenuto del mio testo. Il dolore di cui intendevo parlare io è il dolore muto delle cose, quello che si sprigiona dall’osservazione di certi ambienti, quartieri cittadini, figure umane colte in determinati atteggiamenti, atmosfere di fronte alle quali si avverte quella comunanza impalpabile, quella complicità reciproca, che ho tentato maldestramente di descrivere. Il dolore personale conseguente a una tragedia, a un lutto, o a qualsiasi altro evento funesto, rientra in un cosmo intangibile, così intimo e assoluto da non avere leggi che siano valide per tutti, e non sarò certo io a volerne qui stabilire. Grazie, in ogni caso, per questi vostri punti di vista, che sono davvero preziosi.


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