Come tutti i grandi cicli di rappresentazione della storia anche il calcio scomparirà

6 giugno 2011

Il calcio e il ciclismo hanno due cose che li accomunano. La prima è che entrambi, in una determinata epoca storica del nostro paese, hanno rappresentato l’incarnazione dello sport popolare perché parte integrante della storia del movimento operaio e dei lavoratori in Italia. La seconda è che entrambi sono sport tecnicamente finiti. Le ragioni della fine dello sport popolare in quanto categoria dell’intrattenimento di massa è facilmente spiegabile nella fine della sua credibilità agonistica. L’alterazione a tavolino del risultato, in un caso dovuta all’invasione del doping e nell’altro delle scommesse, in sostanza ha eroso la possibilità epica, la mimesi del tifoso nel campione. La retrocessione del ciclismo e del calcio (e prima ancora della boxe) da sport popolare a sport di vetrina è il sintomo di un’epoca, quella contemporanea, non più capace di un’elaborazione mitica dello sport, ma ridotta alla più semplice e passiva fruizione commerciale. L’inattendibilità della purezza del risultato passa in secondo piano rispetto alla logica divoratrice del merchandising. È il capitalismo selvaggio applicato alle regole del cuore, l’economia di mercato che lentamente strangola le vene della passione e la riduce a una specie di catatonia emotiva. Oggi il tifoso di calcio è un corpo estraneo e inassimilabile al calcio stesso. Dopo essere stato demonizzato e confinato col capo d’accusa di essere il principale responsabile dell’agonia del calcio, il tifoso viene, in ultima istanza, irriso nella sua stessa credulità. La passione del tifo del resto poggia sull’innocenza di un patto primordiale, quello che lega il tifoso, nelle sue prerogative di purezza infantile, alla squadra del cuore, vista come entità dottrinale, filosofica e perfino ideologica. Il tradimento del patto ha l’effetto brutale di scoperchiare il gioco e causare il trauma della disillusione. Come tutti i grandi cicli di rappresentazione della storia anche il calcio scomparirà. Quello che la storia insegna in questi casi è che la fine per ragioni di moralità di una forma così intensa di intrattenimento popolare è il segnale di decadenza di una civiltà ormai vinta.

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7 Risposte to “Come tutti i grandi cicli di rappresentazione della storia anche il calcio scomparirà”


  1. concordo – con amarezza – parola per parola

    ciao, gianni

  2. unarosaverde Says:

    Mai abbastanza in fretta, per quel che mi riguarda. Uno sport appassionante e divertente è stato stritolato e imprigionato dentro meccanismi assurdi di guadagno e di esibizione. La passione, l’abilità, la finezza di gioco dei calciatori sono scomparsi davanti al gossip, agli scandali, a stipendi esagerati. Fino a suscitare la nausea. Avete mai fatto caso a quando gli speaker dei telegiornali cominciano a parlare delle notizie sportive? Non dicono: “adesso passiamo allo sport”. Dicono: “adesso passiamo allo sportcalcio”, tutto attaccato, anche perchè per la maggior parte dei giorni non parlano di altro.

    • Andrea Pomella Says:

      Penso che neppure il più cieco tra gli innamorati ne ha perdonate tante all’oggetto del suo amore come l’appassionato del gioco del calcio. Lo dico da innamorato.

  3. foggyland Says:

    questo è solo un po’ di più, credo. Non sono un’amante del calcio, non lo sono mai stata, mi piaceva guardare le partite in braccio a mio nonno. Ricordo però quando, molto piccola, andai con i miei genitori a vedere la prima partita di un piccolo campionato di piccole squadre di un piccolo comune dove giocava mio fratello grande, e non aveva più di 8 anni. Quella fu la prima e l’ultima partita cui io andai e che lui giocò. L’insensatezza di un genitore che istiga, la sfrontatezza di quei bambini che si giravano bestemmiando, e che probabilmente non arrivavano nemmeno alla fine della tabellina del 5. La volgarità e l’aggressività di fratelli maggiori supportati da tanto di famiglia alle spalle. L’incredulità di chi come noi se ne stava lì a vedere giocare il figlio o il fratello. Mio padre non riuscì a dirci nulla. Mia madre andava farfugliando borbottii incomprensibili.
    Mio fratello decise di fare altro, e vederlo poi giocare a tennis è stata una soddifazione.
    Non so, non mi sorprende a questo punto l’ennesimo scandalo, non mi sorprendono nemmeno gli stipendi in barba a chi lavora non per passione ma per necessità o abitudine. Quegli stessi che oggi invece si sorprendono, non faranno nulla domani per evitare che ne succeda un’altra.
    Il calcio mercato c’è anche tra i bambini, che presi nelle grandi società così piccoli si sentono già investiti di un ruolo.
    Credo che dove si siano perse la spontaneità e l’ingenuità, si crei spazio per il marcio che fa scandalo. Io, di solito, cambio canale.


  4. Con amerezza, credo che tu abbia ragione. Io sono un appassionato di calcio e sono triste; ma bisogna ricordare che si tratta, ancora, di uno sporto diffuso e soprattutto che coinvolge milioni di tifosi. E chi ha una passione, in genere, vive emotivamente, senza ragione o guardarsi attorno con obiettività. Perciò credo che il calcio rimarrà uno sport diffuso, anche se, inevitabilmente, sempre meno appassionante.

    • Andrea Pomella Says:

      Certo, è uno sporto molto diffuso, è tuttora lo sport più popolare del mondo. Ma basta guarda i dati sulle affluenze negli stadi (parlo dell’Italia) e confrontarli con quelli di una quindicina di anni fa. Io credo che la strada sia tracciata, e porta inevitabilmente al precipizio.


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