L’amor sacro e l’amor profano

15 giugno 2011

Ormai esco raramente, eccetto le volte che vado a lavoro e quelle che vado per acquisti più o meno basilari. Quando esco sono come ubriaco, ma nessuno se ne accorge. Mi attengo strettamente ai precetti del mio tempo, che possono essere riassunti nel sedersi a una scrivania e riportare i propri pensieri su un computer. Sabato sono uscito per tutto il giorno. È stata una piacevole novità. Sono andato a Villa Borghese, ho passeggiato fra i pattinatori acrobatici e i turisti in dormiveglia sui prati. Poi sono entrato nella Galleria Borghese. Non ci andavo dai tempi dell’università. Ma le opere di Raffaello e Tiziano non mi emozionano più come un tempo. Una volta (avevo più o meno vent’anni) sono rimasto per un’ora e mezza davanti alla Deposizione vaticana di Caravaggio, se qualcuno si avvicinava io trattenevo il fiato, come se non volessi intossicarmi i polmoni con nient’altro che non fosse la luminostià del colore, la fiamma dell’arte. Sabato invece non ho fatto altro che dare sbirciate distratte, con un po’ di malinconia nel cuore. Mi sono accorto di essere invecchiato a dispetto delle opere d’arte che vivono in un microcosmo immutabile. Ho provato a fermarmi un po’ davanti a L’amor sacro e l’amor profano del Vecellio. Mi sono accorto che per la maggioranza dei visitatori quello non era un quadro interessante. Così lentamente mi sono staccato dal quadro e mi sono accostato all’unica finestra aperta della sala, dalla quale si scorgeva un panorama boscoso e fiorito. Avevo le braccia incrociate. Dopo un po’ mi è venuto in mente che le braccia incrociate sono un segnale di difesa. Così le ho lasciate cadere lungo i fianchi. Mezz’ora più tardi nel bookshop della Galleria Borghese ho visto un mio vecchio libro tradotto in francese. L’ho aperto, sul frontespizio c’era scritto il mio nome. Ho pensato che ciò che un tempo, nella mia vita precedente, aveva un’anima, una melodia, uno scopo, oggi non è più niente.

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5 Risposte to “L’amor sacro e l’amor profano”

  1. serena Says:

    Mi è accaduta la solita cosa con l”Uomo con il Guanto” di Tiziano. Anche io avevo sui vent’anni. Il quadro era alla National Gallery di Londra in quel periodo ed io che abitavo lì, approfittavo di ogni pomeriggio libero per andare ad ammirarlo col cuore palpitante. Aspettavo che i turisti si allontanassero per accostarmi e respirarlo. Guardavo quella pelle desiderando solo di poterla sfiorare. E poi, un paio d’anni fa, ci siamo rivisti. E non è assolutamente stata la solita cosa. Lui, era sempre uguale, perfetto nella sua finestra dorata dove il tempo è immobile (il microcosmo come dici tu). Io, completamente e sorprendentemente diversa. E’ molto vero ciò che dici: le melodie cambiano, e in bocca rimane quel retrogusto dolce amaro.

    • Andrea Pomella Says:

      Il confronto davanti al quale ti pongono certe opere d’arte è impietoso. E’ qualcosa che nemmeno i luoghi riescono a fare con la stessa forza. Perché anche i luoghi cambiano, le opere d’arte invece restano uguali a se stesse.

  2. serena Says:

    Trovo egoisticamente rassicurante il fatto che un’opera d’arte sia imperturbabilmente sempre la stessa. Diventa una bussola il cui ago punta sempre a Nord. Il che ci aiuta a stabilire dove siamo noi, quanto ci siamo allontanati, che direzione abbiamo preso…

  3. Stefano Says:

    La tua riflessione, mi ha ricordato la poesia di PPP “Al Principe”.
    Credo che rappresenti bene il momento che hai descritto, in cui l’anima del poeta si guarda allo specchio e non si riconosce più; si trova spenta e asciutta, di fronte non solo a un opera d’arte ma anche a quanto una volta era l’oggetto vero e proprio dell’ispirazione poetica.
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi…

    http://monacabastarda.splinder.com/post/23179067/al-principe-pier-paolo-pasolini

    • Andrea Pomella Says:

      “Per essere poeti / Bisogna avere molto tempo / Ore e ore di solitudine/ Sono il solo modo perché si formi qualcosa”. Non so, forse qui c’è una visione un po’ troppo, come dire, ‘romantica’ della poesia. Io al contrario credo che per essere poeti bisogna immergersi nella vita e non nella solitudine. Anche se me ne vergogno un po’, non è cosa da tutti i giorni contraddire Pasolini! Ciao Stefano, grazie.


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